Serie A e Covid, il compromesso pagato dai virtuosi

Serie A e Covid, il compromesso pagato dai virtuosi© ANSA
3 min
Alessandro Barbano

Le mediazioni scontentano un Paese aduso a raccontarsi in bianco e in nero, ma senza grigi. Tanto più in un clima di angoscia per una pandemia che cambia, ma non molla la presa. Ma delle mediazioni bisogna imparare a fare tesoro, in tempi in cui nulla è certo, e meno di nulla è definitivo. Perciò la riduzione della capienza degli spalti è un compromesso onorevole, ancorché insufficiente e oneroso. Insufficiente perché scatta il 16 gennaio, e in questa settimana si giocano ancora al 50 per cento la seconda di ritorno, la Supercoppa e la Coppa Italia. Oneroso perché è caricato sulle spalle dei tifosi con il super green pass, che pagano la negligenza dei non vaccinati. Ma non solo quella. È l’indisciplinatezza delle curve la causa scatenante di questo provvedimento, in parte necessario, in parte punitivo. Dimostra che una parte degli spalti è rimasta una zona franca, dove l’ordine pubblico e i club fanno reciproco scarico di responsabilità, girando al largo. Con il distanziamento e la mascherina all’aperto non ci sarebbe stato nessun motivo per tagliare la capienza. Ma tant’è. Quegli assembramenti ripresi dalle telecamere delle tv sono una sfida alle precauzioni sanitarie e un insulto alla sobrietà estetica richiesta dai tempi.
     Al netto di questa rassegnata constatazione, è consolante che a decidere il taglio sia stato il calcio, e mai come in questo caso la forma vale sostanza. Perché i cinquemila posti non sono un’imposizione di Mario Draghi, ma un atto di autogoverno responsabile. E se la moral suasion del premier ha ottenuto ciò che si prefiggeva, vuol dire che la Lega dei venti club di A non è più un’enclave ribelle e anarchica, ma una parte integrata della comunità nazionale.
     L’epilogo di questa vicenda dimostra quando siano lontani, per fortuna, i tempi in cui i dippicciemme fuori misura del governo Conte si abbattevano sul Paese come un imperscrutabile Leviatano dell’emergenza, accompagnati dalle censure morali dei ministri alla vanità del pallone. Dopo due anni di slalom tra i divieti e i pericoli della pandemia, l’impresa calcio ha dimostrato di essere un asset decisivo dell’economia e della società, ma soprattutto la più grande fabbrica di emozioni del Paese, delle quali c’è tanto bisogno in tempi di ripartenza.
     Poi, certo, la stanchezza per una peste interminabile ha sfiancato tutti, e il calcio non si è sottratto a distrazioni e sottovalutazioni che avrebbe potuto e dovuto evitare. Perché è inammissibile snobbare i vaccini, come qualche club ha fatto, archiviare le bolle e le altre misure di prevenzione. Salvo poi trovarsi con i cluster nello spogliatoio. Adesso è giusto che il campionato si faccia per qualche settimana più in là, giocando in sordina per far ripartire la scuola in sicurezza, e approfittando di questo tempo per riorganizzare la sua macchina. Con il mostro virale bisognerà convivere per molto tempo. Vuol dire che la virtù della saggezza deve essere un’educazione permanente, non un rimedio contro l’emergenza.


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