Perché giocare al tempo dell'orrore

Perché giocare al tempo dell'orrore© Juventus FC via Getty Images
4 min
Alessandro Barbano

Come si fa a soffrire per la squadra del cuore mentre in tv passano le immagini dei corpi carbonizzati di Bucha? Quanto vale lo sport di fronte al martirio degli ucraini, che lottano per difendere la nostra stessa libertà? È una domanda che si ferma in gola e raggela la primavera. Quel cimitero a cielo aperto, sgranato alle telecamere, è un sipario chiuso sulla dignità delle emozioni. Di primo acchito tutte le sfide e le passioni, che fanno più intensa la nostra vita, ci sembrano non avere ragione di essere vissute e raccontate. Credevamo di aver fatto il pieno di sgomento con la pandemia. L’atrocità della guerra di sterminio ci dimostra che sbagliavamo. Il peggio doveva ancora arrivare. Il peggio è qui, sotto i nostri occhi.

Eppure la lezione di quei giorni bui del 2020 ci insegna che lo sport fu un antidoto decisivo contro il rischio di ridurre l’esistenza alla mera dimensione biologica. Non a caso ci battemmo perché, prima possibile, si potesse tornare a correre nei prati, ancorché da soli, e a giocare negli stadi, ancorché vuoti. La voglia di sport fu uno spicchio importante della voglia di rinascere. Per questo oggi sappiamo che difendere, tutta intera, la libertà di cui lo sport fa parte non è un privilegio, ma una responsabilità. La guerra è più forte se s’insinua in ogni dove, se impone la sua volontà totalitaria a ogni forma della nostra esistenza. Giocare, vincere e perdere, senza uccidersi, è una forma di educazione che toglie spazio all’odio.

Ma che cosa può fare in concreto lo sport per fermare la strage? È più giusto che sia usato per esercitare pressione sull’aggressore e per isolarlo dal consesso civile? O è più giusto che non sia usato, per restare uno spazio franco rispetto alla violenza della guerra, un luogo dove il dialogo e il rispetto continuino a rappresentare un argine estremo e invalicabile di pace? In una parola, lo sport deve cacciare la Russia per punire Putin, o deve salvarla, per dimostrare che la Russia non è Putin? 

Confessiamo di non avere una risposta per una domanda così cruciale. E non vorremmo essere nei panni di chi, in queste settimane, ha deciso nella sua responsabilità di disertare le manifestazioni sportive in Russia e di escludere la Russia e gli atleti russi da ogni competizione internazionale. L’emergenza che si vive non ha precedenti per la generazione di chi scrive. In mezzo a dubbi così ingombranti, però, c’è una certezza: lo sport dovrà essere il primo a parlare non appena cesseranno di farlo le armi. L’obiettivo realistico, a cui puntano le trattative della diplomazia, è quello di una tregua armata tra due mondi che per decenni si sorveglieranno con diffidenza. Il ponte che lo sport saprà erigere, in mezzo al crepaccio aperto dall’odio, dovrà avere una grande gittata, per collegare estremità tanto distanti. E dovrà essere molto solido, per resistere ai tentativi di sabotarlo, che non mancheranno. 

Per questo giocare in mezzo a questa angoscia è un po’ resistere e un po’ testimoniare. Come hanno fatto Juve-Inter nell’Allianz Stadium tappezzato di pace dalla Lega di serie A, fra le note di una canzone di John Lennon che, non a caso, recita: «Immagina che non ci sia niente per cui uccidere o morire…»

Gli atleti della Dinamo Kiev si sono allenati per giorni a Leopoli. Le bombe li hanno spinti a ripiegare a Bucarest, accogliendo insieme ai colleghi dello Shakhtar l’invito di Lucescu. Presto affronteranno la Scozia negli spareggi per il Mondiale. Presto l’Ucraina tornerà a giocare. Noi tutti continuiamo a giocare per l’Ucraina. 

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