Juve-Salernitana, Candreva e quell'Italia divisa in due

Juve-Salernitana, Candreva e quell'Italia divisa in due© Getty Images
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Roberto Beccantini

Nella settimana che porta alle elezioni, il caso del Candreva «dimenticato» in Juventus-Salernitana 2-2 dell’11 settembre spiega e racconta il Paese all’osservatore straniero più e meglio di qualsiasi propaganda. Per una volta, anche da noi, comanda il fatto: non l’opinione. Dentro, c’è tutto. Il coro da curva: i «ladri» derubati. E nel loro ripostiglio, addirittura. Attorno, le «suorine sempre in chiesa ma spesso incinte» si danno di gomito e ostentano un imbarazzo leggero e forse sincero, data l’enormità dell’episodio, non disgiunto, però, dalla libidine che la Vecchia borseggiata e compianta dai telegiornali sia proprio, e finalmente, «lei». 

Juve-Salernitana, clamorosa rissa in campo nel finale
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Juve-Salernitana, clamorosa rissa in campo nel finale

Per tacere dei giudici, tecnologici e no: nell’epoca in cui l’immagine si è annessa il mondo dei gusti, e il gusto dei mondi, tanto da spingere l’apparenza sul podio più alto, è un frame disperso e prigioniero nella Siberia dello Stadium e di Lissone a determinare il corto circuito generale. Naturalmente, è seguìto comizio: le piazze dei garantisti di sinistra secondo i quali, per carità, il gol di Arkadiusz Milik era regolare, ma ai campani mancava un rigore e, in barba alle ultime «confessioni», la squadra di Davide Nicola mai e poi mai avrebbe meritato di perdere; i pulpiti dei colpevolisti di destra invocanti, con il rispetto dovuto alle istituzioni e alle situazioni, che la posterità, almeno, archiviasse lo scippo come tale. Memori di Calciopoli, e turbati dal deserto di interrogazioni parlamentari, i più estremisti avevano suggerito punizioni «esemplari» per gli sceriffi coinvolti: l’arbitro di campo, Matteo Marcenaro, e l’addetto al Var, Luca Banti. Assolti, viceversa, per insufficienza di prove (tv), e l’epilogo - se il Colle di Gabriele Gravina permette - è clamoroso. Ogni corporazione ha le sue correnti, i suoi spifferi. Non saremmo in Italia, se no. Nella pancia della stessa Aia risultano filosofie divergenti: in assenza «del» Candreva Antonio, personaggio che sarebbe piaciuto a Giorgio Gaber e al suo bar del Giambellino, Gianluca Rocchi (il designatore, non un galoppino) avrebbe ritenuto «ininfluente» la posizione di Leonardo Bonucci. E, quindi, convalidato la rete del centravanti polacco. Dicono che l’ala purista sia insorta. Passivo un cavolo, fuorigioco punibile per la peculiarità della scena del «crimine»: l’area piccola, uscio e zerbino del portiere. 

L’inviato da Londra o Parigi deve aver pensato: il polo juventino sarà insorto all’unisono, compatto. Un furto è sempre un furto, anche quando il bersaglio non è l’Inter delle telefonate. Buona, questa. La fazione degli anti-Allegri era già così nutrita e rancorosa da scavalcare persino i Robespierre dell’opposizione interna ed esterna. In soldoni: pane al pane, l’abbaglio è stato grave, ma vogliamo parlare, prima e dopo l’ingloriosa Monza di domenica, del (non) gioco, degli zero schemi? Basta con Max e il suo «capitale», basta con la storia che fra un’intervista di Diletta e una a Letta, e da un Mario (Sconcerti) all’altro (Draghi), il calcio «gli è semplice». Magari. Leo Longanesi aveva capito tutto, tutti: «Siate enfatici e transigenti».

"Juve-Salernitana, partita da ripetere": l'analisi di Zazzaroni
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