Perché Spalletti ha accettato la Juve: c’è di mezzo quell’addio lacerante con la Nazionale

Il 10 giugno si è chiusa l’avventura con l’Italia: 141 giorni dopo ecco il rientro da protagonista per sanare quella ferita
Fabrizio Patania
4 min

Sembra una congiuntura astrale o un segno del destino. Lucio lo meritava per la carriera o forse anche solo per il modo brutto in cui era stato allontanato dalla Nazionale. L’ultima in azzurro da ct già esonerato il 10 giugno a Reggio Emilia, Italia-Moldavia 2-0. La prima da allenatore in pectore della Juve ieri sera davanti alla tv e ancora mimetizzato, in attesa di annuncio ufficiale, già pronto a studiare i suoi nuovi giocatori e con il pensiero al debutto di Cremona. Non c’è altro tempo da perdere. Quella sera, invece, era il ct al passo d’addio, l’ombra di Ranieri dissolta appena poche ore dopo, sarebbe toccato a Gattuso raccoglierne il testimone nel tentativo - tuttora in corso e rinviato con ogni probabilità ai playoff - di portare gli azzurri al Mondiale 2026.

Addio lacerante

Gravina aveva deciso di cambiare subito dopo il crollo di Oslo con la Norvegia. Glielo avrebbe voluto comunicare il mercoledì, una volta concluso il raduno per le prime due partite di qualificazione del girone. Spalletti aveva capito che era finita e non ci sarebbe stata un’altra opportunità: in un confronto serrato a Coverciano nella notte tra sabato 7 e domenica 8 giugno, pretese e ottenne la verità. Cammino finito. Il giorno dopo, in Aula Magna, comunicò lui stesso che non si trattava di dimissioni ma di licenziamento, avrebbe lasciato la Nazionale risolvendo il contratto senza pretendere un euro, i suoi uomini (Domenichini, Baldini, Russo, Sinatti, Ferrini) schierati in platea durante una conferenza stampa surreale, senza precedenti.

La testa 

Oggi sono passati 141 giorni, firmerà il contratto e sposerà nelle prossime ore la Juve perché è l’unico modo per cancellare quel dolore, quasi fisico, non solo emotivo. Lucio, personaggio affascinante e complesso, somatizza. Ci voleva la Signora per strapparlo alla tenuta di Montaione, alla sua terra, all’azienda vinicola e ai suoi animali. La famiglia, come al solito e nei momenti più delicati, al suo fianco. La signora Tamara, una chioccia a cui tanto tempo ha tolto per dedicarsi al calcio. Quella sera, davanti al Mapei, erano tutti lì ad aspettarlo. I figli Samuele, Federico e la piccola Matilde, che all’una di notte nel piazzale del parcheggio lo continuava ad abbracciare in lacrime. «Nella mia carriera ero sempre riuscito a entrare nella testa dei giocatori». Lucio, con lo sguardo perso nel vuoto, non riusciva a darsi pace, salutando i cronisti, cercando una spiegazione all’inspiegabile. Ecco il suo vero cruccio. Mica penserete ai moduli, all’organizzazione tattica, ai “mezzi spazi”, che pure hanno una responsabilità decisiva nel suo calcio, per niente facile, anzi complicato e da studiare. Perché le giocate e il modo di stare in campo nascono dalle “relazioni”, dall’intesa spontanea che germoglia nello spogliatoio e poi si trasforma in passaggi da orientare verso la rete o in una corsa per rientrare in difesa e recuperare il pallone, come faceva il suo Napoli da scudetto, affamatissimo. Da qui, ci potete scommettere, ripartirà Spalletti e ce lo racconterà (con ogni probabilità) domani durante la conferenza di presentazione in attesa che il pallone torni a rotolare. E allora si libererà di ogni spettro azzurro.


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