Chivu e Conte: verba volant scudetti manent© LAPRESSE

Chivu e Conte: verba volant scudetti manent

Leggi il commento del Direttore del Corriere dello Sport - Stadio
Ivan Zazzaroni
3 min

Quelli che si soffermano esclusivamente sulla comunicazione degli allenatori mi fanno ridere. Tutti raffinati semiologi, oramai, eredi inconsapevoli di Paolo Fabbri.

Puntualmente, anche la sfida tra Chivu e Conte che, in caso di successo del primo, potrebbe addirittura chiudere il discorso scudetto con quattro mesi d’anticipo (e non esagero), viene trattata dal punto di vista del linguaggio dei tecnici, se non addirittura della loro gestualità. E allora Cristian diventa il nuovo guru, mentre Antonio resta una sorta di provocatore figlio di un’altra epoca, un soggetto polemico funzionale, un’eccellenza del chiagni e fotti.

Il campo arriva dopo: spesso, sempre. Ma il campo porta i fatti, il resto sono parole che, se non confortate dai risultati, valgono meno di zero.

Dicevo che Chivu viene indicato come esempio da seguire (e ci sta) ma solo perché è primo in classifica, con merito e dopo aver migliorato una squadra che sembrava già superiore alle altre. E quasi certamente lo era.

I difetti sono invece attribuiti tutti a Conte: è il solito accumulatore di alibi - sibilano i paraguru -, e li diffonde, una volta gli infortuni, un’altra l’arbitro, un’altra ancora la società che percorre una strada parallela alla sua.

Chi non sopporta Conte si pensa migliore di lui. Solo che Conte sa vincere; solo che è bravissimo e conosce i sistemi e il sistema, mentre molti di noi - esclusi i presenti... - sono destinati alla mediocrità.

Tanto Chivu quanto Conte hanno gli occhi aperti, sono consapevoli delle loro responsabilità e dei possibili effetti di una sconfitta in un sistema che negli ultimi venticinque anni ha cambiato la graduatoria dei valori.

Dalla fine del secolo scorso temi quali arbitri, mercato, esoneri, polemiche, dichiarazioni e comportamenti vengono infatti estremizzati, amplificando contrasti, tensioni o idee fino a rendere irrespirabile il clima.

Il motivo di tutto questo? Andrea Agnelli lo spiegò tempo fa: «Il vero problema è che l’obiettivo sportivo nel mondo di oggi è diventato obiettivo finanziario, quindi rischio sportivo=rischio finanziario e questo vale per tutta la piramide. Basti vedere cosa succede alle retrocesse dalla prima alla seconda divisione e infine l’incredibile numero di fallimenti dalla seconda alla terza divisione».

L’obiettivo primario non è più vincere, ma garantire la sopravvivenza economica del club attraverso il successo in campo, una logica che espone l’intera struttura piramidale del calcio a enormi rischi finanziari. Per questo il gioco vale la polemica.

PS. Se la comunicazione degli allenatori fosse davvero così importante, l’ammissione di Pisacane sul rigore non dato al Cagliari («io non l’avrei assegnato») avrebbe ottenuto lo spazio che le è stato negato.


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