Bonucci: "Conte per un pareggio non ci dorme due notti. Dopo la Macedonia Vialli mi disse..."
Leonardo Bonucci sogna, perché non costa nulla, si immagina tra dieci anni in panchina e guarda indietro agli obiettivi raggiunti, ai momenti felici e anche a quelli difficili. Un racconto a tutto tondo che l'attuale membro dello staff di Gattuso in Nazionale regala a chi lo ascolta durante l'intervista rilasciata ai microfoni di Radio TV Serie A per la rubrica 'Storie di Serie A'. Tanti i temi toccati.
Bonucci: "Mi vedo allenatore di una grande squadra"
"Io tra dieci anni vorrei stare in giacca e cravatta al di là della linea, in una grande squadra o in Nazionale. Sicuramente in questi dieci anni ci sarà tanto da lavorare, ma anche tanto da vincere. Il calcio è sempre stato parte della mia vita: prima nel corridoio della cameretta con mio fratello, poi sulle scale della palazzina dove vivevamo, per strada e infine nell’oratorio di Pianoscarano. Da lì è nato questo amore, trasmesso da mio padre e da mio fratello. Da bambino non mi ricordo se sognassi o meno di diventare un calciatore, ma sicuramente avevo un’ispirazione vicino casa: Angelo Peruzzi, che per noi viterbesi è sempre stato un esempio da emulare. Da piccolo, quando sotto Natale le squadre dilettantistiche organizzavano degli incontri con Angelo, io cercavo sempre di esserci per stringergli la mano. Avevo anche una foto con lui, assieme al poster di Del Piero in cameretta". Ha cominciato da portiere perché giocava con i più grandi e lì lo mettevano in porta; poi "ho iniziato da difensore, per passare a centrocampista, esterno, attaccante e infine, a 16 anni, alla Viterbese di nuovo difensore".
Il salto all'Inter
Il salto da Viterbo all’Inter: "Non è stato troppo difficile per me lasciare casa, perché era necessario per seguire il sogno che avevo. Forse lo è stato di più per mia mamma: i miei genitori erano dipendenti e quindi non potevano venirmi a trovare quando volevano. Ai tempi erano appena usciti i primi telefoni con la videochiamata e quello un po’ ha aiutato. Al di là dei momenti di sconforto iniziali, avevo ben chiaro il mio obiettivo: passare da Viterbo a Milano è stato sì traumatico, ma mai al punto di farmi pensare di mollare".