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Trent’anni fa la rivelazione del recupero

In una trasferta del gennaio 1996 della Juventus a Cremona nacquero 30 anni fa i minuti di recupero: leggi il commento
Roberto Beccantini
Roberto Beccantini

4 min

Pubblicato il 20.01.2026, 09:25 (Aggiornato il 20.01.2026, 10:06)

Anche i cartelli, nel loro piccolo, s’incazzano. Li si dà per scontati, una volta adottati e sbandierati alle masse paganti e bercianti. Li spacciamo per riflessi pavloviani, atti dovuti. Soprattutto in uno scorcio come questo, ostaggio di intelligenze artificiali (e artificiose, spesso), di fuorigioco «scemi-automatici», di televisioni invadenti, di microfoni che smascherano, in diretta, labiali ferini e da Caini.
Pigra, la memoria sbadiglia. Ce n’è uno le cui doglie, domani, compiranno 30 anni: 21 gennaio 1996-21 gennaio 2026. Ormai, quando viene esposto, fa notizia solo per la scommessa sul «gruzzolo» luminoso. Ma all’epoca costituì uno snodo quasi eversivo.
Naturalmente, c’era di mezzo la Juventus. Pretesto, una trasferta a Cremona. Importante non fu il 3-3 dell’epilogo, e nemmeno l’altalena dei gol: Gianluca Vialli, autorete di Angelo Peruzzi, rigore di Riccardo Maspero, rigore di Fabrizio Ravanelli, botta di Andrea Tentoni, riposta di Pietro Vierchowod.
Cruciale e scabrosa non risultò l’ultima rete, ma l’attimo. Se sfogliate l’almanacco Panini, Bibbia della religione pallonara, troverete un banalissimo «novantesimo». Invece no. Avvenne dopo: «troppo dopo», per gli irriducibili della Cremo, in una parentesi cronologica di esclusiva competenza dell’arbitro che, quel pomeriggio allo Zini, era Loris Stafoggia di Pesaro.
Il pareggio sancito oltre la fine della fine molto adontò l’allenatore dei lombardi, Gigi Simoni. La protesta esondò dagli argini pittoreschi dei processi e dei bar sport. La documentazione dei (sei) minuti extra, legittimi ma misteriosi, incuriosì il designatore, Paolo Casarin. Il problema sollevato non configurava la difesa isterica di un interesse fazioso. E così il gran capo degli «sceriffi» portò il caso alla Fifa, che aveva in «Sepp» Blatter un riferimento tanto spericolato quanto vivace.
La missione era equa e chiara: scongelare e ostentare l’entità del recupero, affinché - dal campo alle curve e nei salotti - diventassimo testimoni di un fatto palese, e non più di un calcolo lecito ma carbonaro. Incassato l’okay dal vertice, ci buttammo in ordine sparso alla «Ricerca del tempo perduto». In attesa del «tempo effettivo» che il calcio, da lustri, invidia al basket e difficilmente riuscirà a tatuarsi sulla pelle.
Ci sono partite che sforano, addirittura, i 100 minuti. Gli inglesi lo chiamano «injury time» e sono stati i più volonterosi a tollerarne lo spirito. Di papà ucraino e soldato (dell’Armata Rossa), mai e poi mai lo «zar» Vierchowod avrebbe immaginato il lascito - culturale, curiale e nazional-popolare - della sua zampata in mischia; proprio lui, stopper di razza e corazza. Oggi è il quarto uomo che lo alza, ritto e fiero come se tenesse in mano la fiaccola della statua della Libertà. Penso a Domenico Luzzara, scomparso il 29 aprile 2006, anima del Torrazzo e della squadra cittadina. Da un’azienda di impianti elettrici a presidente, il figlio Attilio perso in un incidente stradale, la passione ereditata per dolore e per amore. All’improvviso, senza «cartelli» del destino che potessero avvisarlo.

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