Allodi, Marotta e le staffette
Staffette tempestose. Sul podio, Italo Allodi. Costruì la Grande Inter, l’Inter di Angelo Moratti e del mago Helenio, per poi passare alla Juventus e, all’alba dei Settanta, gettare le basi della Giovane Signora che avrebbe sostituito proprio la sua Inter (e il Milan di Gipo Viani e Nereo Rocco) al vertice delle gerarchie domestiche. «È come Santa Rita, tutto può e tutto fa», disse di lui l’avvocato Agnelli. Italo, scomparso nel 1999 all’età di 71 anni, ha incarnato la figura del manager molto italiano e poco inglese, tessitore e mediatore, così protettivo nei confronti degli arbitri da esserne considerato, spesso, il protettore. «Figlio» di don Raimundo Saporta, il tesoriere che contribuì a rendere libidinoso e peccaminoso il Real di Santiago Bernabeu, «papà» di Luciano Moggi, «nonno» di Giuseppe Marotta detto Beppe. Allodi, da Asiago, provincia di Vicenza, facitore di progetti e sospetti. Marotta, da Varese, domatore di ombre. Lo volle Steven Zhang, quando all’Inter comandavano i cinesi. Era il dicembre 2018. Con Andrea Agnelli e Fabio Paratici aveva forgiato la Tiranna dei nove scudetti, firmandone otto (l’ultimo, per sette puntate, fino all’«annuntio vobis» del 29 settembre 2018, sabato di Juventus-Napoli 3-1).
Parecchio si «gossipò» sui motivi del divorzio: lo cacciarono? li piantò? Allodi, artefice con Edmondo Fabbri della scalata del Mantova dalla serie D alla A, aveva pagato l’immanenza di Giampiero Boniperti, troppo juventino perché la famiglia non gli riconoscesse una sorta di precedenza affettiva ed effettiva (e, liberandolo dal rivale, ne placasse la gelosia canaglia). Sul versante Marotta, i detective rimbalzarono dall’epifania di Cristiano Ronaldo, non gradita, al vortice spericolato di biglietti e destinatari: ultràs, ‘ndranghetisti. «Chiedete a Marotta», dirà Andrea, poi squalificato dalla procura federale. Beppe, niente. Re dei parametri zero. E, dalle intercettazioni sgonfia-titoli all’accettazione dell’Inter, squalo in cravatta tra le inchieste «Alto Piemonte» e «Doppia curva».
Classe 1957, con Varese, Venezia e Sampdoria nel cuore, gli Agnelli, quindi Exor, Suning e adesso gli americani di Oaktree. Presidente, addirittura: però quel raccattapalle (di Masnago) ne ha fatta di strada. Non ha il carisma di Allodi né il ghigno di Moggi, coltiva procedure «demo» e lobby «cristiane». In attesa del derby del 14 febbraio, riassume il carnevale intellettuale del Paese, la volontà chirurgica e liturgica di sfrattare e adottare gli inquilini in nome delle ragioni di condominio. Juventino, era il braccio della Spectre. Interista, sono gli ex spasimanti di Madama a farneticare di Marotta League, di corsie preferenziali. Elìas Canetti, Nobel della Letteratura nel 1981, scrisse: «Ognuno vuole amici potenti. Ma loro ne vogliono di più potenti». A Coverciano, Allodi avrebbe concepito il Supercorso per allenatori, una figata pazzesca. E a Napoli, con Pierpaolo Marino, il primo trionfo di Diego. Beppe si abbuffa di campionati (già due all’Inter, inclusa la seconda stella). Il grigio gli dona. E il numero degli scudetti dipende da chi lo stipendia: «carpe club».
