Caso La Penna-Bastoni, hanno sbagliato tutti

Tanto l’arbitro quanto il difensore hanno commesso errori grossolani, sottolineando i limiti di un sistema che impedisce di ristabilire la giustizia in tempo reale
Mattia Grassani
6 min

Nel più impietoso degli spot negativi che il calcio italiano potesse diffondere, per giunta in mondovisione, al 42’ del primo tempo di Inter-Juventus di sabato scorso è andata in scena una catena di errori, meglio definirli, forse, orrori, con pochi precedenti, sicuramente in Italia. Ha sbagliato La Penna, custode della sacralità delle regole, peraltro molto vicino all’azione. Ha sbagliato Bastoni, tradendo la fiducia che milioni di tifosi riponevano in lui. Ha sbagliato anche, e soprattutto, l’IFAB, l’organismo internazionale fondato nel 1886 che definisce le regole del gioco del calcio. Ancor più beffardi, tra l’altro, gli effetti incrociati della decisione presa dal direttore di gara: una simulazione che, se sanzionata, avrebbe determinato l’espulsione del difensore nerazzurro ha, invece, comportato l’allontanamento, per somma di gialli, di un giocatore, Kalulu, del tutto estraneo a qualsivoglia violazione. In disparte, per il momento almeno, ulteriori considerazioni sulle conseguenze di carriera, in capo ai primi due protagonisti dell’azione, occorre approfondire le patologie del sistema in fattispecie come quella in esame.

Fuori luogo, a parere di chi scrive, ma, soprattutto, di poco costrutto, si rivelano, infatti, l’invocata, da molti, esclusione di Bastoni dalle prossime convocazioni in Nazionale. Così come leggere di punizioni esemplari nei confronti di un arbitro, senza il rango internazionale, sempre affidabile, impiegato costantemente nei match di cartello, non risolverebbe il problema. Hanno sbagliato entrambi, lo ripetiamo, tanto che stanno già pagando un caro prezzo in termini di immagine e opinione collettiva della community del calcio, prossima al linciaggio morale, ma il tema deve essere affrontato e, auspicabilmente, risolto attraverso soluzioni frutto del confronto oltre che ben ragionate, non ispirate dalla facile caccia alle streghe che, in momenti come quello attuale, possono risultare sterili e controproducenti. Il principale ostacolo che ha impedito di ristabilire giustizia real time, di fronte alla palese simulazione non vista da La Penna, e procedere alla corretta applicazione delle regole dipende proprio dalle regole stesse.

Mi riferisco al rimedio e all’uso del VAR, in primis, marchingegno ormai fondamentale e irrinunciabile nel calcio di oggi, letteralmente “inventato” dall’ex presidente federale, Carlo Tavecchio, che, a Bari, per la partita della Nazionale contro la Francia dell’1 settembre 2016 (sono passati quasi 10 anni…) trascorse l’intera partita nel van, con Infantino, a sperimentare la nuova tecnologia, aprendo, così, la strada alla rivoluzione. Nato per correggere errori, restituendo, da un lato, certezze e credibilità al sistema, dall’altro, riducendone contestazioni e polemiche, si è rapidamente trasformato in strumento per vivisezionare ogni incontro, alimentando polemiche infinite, interpretazioni arbitrarie e discrezionalità, favorite anche dal tenore, varie volte modificato, del famoso protocollo. Ma è l’impianto regolamentare, il reticolato normativo posto a presidio del gioco più bello del mondo ad avere fallito nel caso di specie, dimostrando assoluta inadeguatezza ed anacronismo: nel 2026 abbagli così grossolani non possono condizionare risultati, forse campionati, laddove si disponga del rimedio tecnologico senza, però, poterlo usare efficacemente.

Partendo dal fatto che, per i gol/non gol e il fuorigioco, sono, da tempo, in funzione dispositivi che rendono pressoché infallibile l’immediata correzione delle sviste delle quaterne arbitrali, in attesa dell’adeguamento internazionale, e delle modalità con cui si potrà operativamente utilizzare, molto interessante appare la soluzione adottata dalla Lega Pro per quanto attiene alla “chiamata di parte” del VAR, sfruttabile, con maggiore dinamicità e tempestività, in due occasioni a partita. Ma gli esempi virtuosi di modernità ed aggiornamento a tutela del regolare svolgimento delle competizioni sportive sono molteplici: basti pensare che, nella nostra pallacanestro, a partire dal 2004 (22 anni or sono), è stato introdotto l’instant replay (IRS) che consente all’allenatore di richiamare l’attenzione degli arbitri in specifiche e determinate situazioni, chiaramente codificate, mentre in EuroLega le chiamate possono essere due ad incontro. Più risalente ancora è il TMO (Television Match Official), comunemente noto come video arbitro nel rugby, introdotto dalla disciplina della palla ovale a 15 (Rugby Union) già nel 2001 mentre il tennis lo adotta, con rilevanti benefici, dal 2006.

Da anni l’ente regolatore del calcio, l’IFAB, con sede a Zurigo, discute del contrasto alla piaga della simulazione, con la finalità di riformare radicalmente l’attuale regime in vigore, inefficiente ed inadeguato, attraverso l’ampliamento della possibilità di utilizzo del VAR in caso di espulsione (per la verità non solo dovuta a sceneggiate) causata dal secondo cartellino erroneamente esibito al calciatore innocente. Il 28 febbraio prossimo, durante l’Assemblea generale annuale, che si celebrerà in Galles, l’organismo mondiale varerà una misura tanto semplice quanto improcrastinabile: per ogni episodio che provochi un’espulsione per doppia ammonizione, da Lissone potrà essere richiamata la visionatura, da parte dell’arbitro, del filmato, onde correggere ed eliminare decisioni disciplinari che non ci si può più permettere siano in grado di alterare lo svolgimento naturale del risultato di una partita. * avvocato, esperto in diritto sportivo


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