
Gasperini e Spalletti, benedetto chi li inventò
Leggi il commento alla sfida tra i due allenatori, uno contro l'altro in Roma-Juve
Gasp e Lucio. Due tipi molto interessanti. E così diversi. Chi li ha inventati, quel giorno lì, aveva dormito bene e bevuto meglio. In qualche fumetto della Disney il primo sarebbe Lupo Ezechiele, il lupo cattivo (ci somiglia pure, con quella variante da Ciuffettino che ne fa uno stravagante monello che invecchia solo perché s’imbianca). Non perché sia cattivo, anzi, è un uomo delizioso, che però non fa nulla per sembrare delizioso (non concede nulla ma proprio nulla ai ticket di cortesia, per non dire le bave ruffiane, che scortano gli allenatori di grido).
Per capire che l’uomo è delizioso bisogna passarci almeno il tempo di un caffè insieme, a equa distanza tra la partita che è stata e quella che sarà. Lui è cattivo solo perché così dannatamente pragmatico. Nulla lo distrae dalla missione. Se la missione è sbranare e poi mangiare Cappuccetto Rosso non ci pensa due volte. Gasp non è solo l’esclamazione dolente del poveraccio finito sotto il trapano del dentista.
Gasp è anche lo stupore di chi lo ammira, una volta esonerato dal dolore. Nulla lo disturba. Nulla lo devia. Nulla lo confonde. La maga Circe con lui chiude bottega. Peste e corna per chi non è in grado di stargli dietro, oro e incenso per gli altri. Da allenatore è stato timido una sola volta, alla guida dell’Inter. Da allora, più rabbioso che depresso, ha giurato a sé stesso che mai più. Nel caso di Gasp il pane è pane, il vino è più che mai vino (il suo secondo mestiere), e non sono mai miracoli, ma lavoro e dedizione.
Gasp non si stressa, si esalta nella fatica. Nella sua attitudine la psicologia è un lusso, le ferite dell’anima roba da signorinelle pallide. Insomma, è un duro e i romani (romanisti) sono fatti così, al principio diffidano di chi non spartisce con loro un po’ di complicità, ma poi si lasciano affascinare (Liedholm, Capello, per dire), quando capiscono che il diverso ha la frusta che serve per vincere. Gasp sa di valere, ha un’idea solida delle sue virtù, ma non si lascia svenare da peccati di vanità. Se sbaglia non sprofonda, si corregge.
Lucio è così diverso. Non voglio dire che potrebbe essere Cappuccetto Rosso, ma quasi, nel senso che tende a perdersi nel bosco. La giungla della sua psiche. Piena di animali feroci e di agguati. A cercare la nonna che, nel caso suo, è la prima e forse anche l’ultima notte di quiete. Lucio non ha bisogno del lupo per essere mangiato, si mangia da sé. Perde anche quando vince. Ha un senso raffinato della tortura mentale che, quasi sempre, infligge solo a sé stesso. Più depresso che rabbioso, impareggiabile la sua voluttà dello sprofondare. Per lui pane e vino non sono mai pane e vino, ma anacoluti labirintici, in cui smarrisce ogni volta il filo e finisce ogni volta a Calcutta, essendo partito per andare a Stoccolma. Gasp è misurato, ama con pudore i suoi giocatori. Quello che basta per arrivare insieme alla meta. Lucio è dismisura. Li ama visceralmente i suoi, quasi fisicamente. Li ama anche, soprattutto, quando li strattona. Forte e debole di una sensibilità quasi femminea. Prima di farci la guerra, Totti, Icardi, gli altri, li ha amati come figli. Gasp è scorbutico, ma sa sorridere. Lucio non sa proprio come si fa, sorridere. Il prato di Gasp è il campo di un’onesta battaglia dove si vince o si perde. Quello di Lucio è un campo minato, dove si perde per definizione, e il primo a saltare in aria è lui.
Per capire che l’uomo è delizioso bisogna passarci almeno il tempo di un caffè insieme, a equa distanza tra la partita che è stata e quella che sarà. Lui è cattivo solo perché così dannatamente pragmatico. Nulla lo distrae dalla missione. Se la missione è sbranare e poi mangiare Cappuccetto Rosso non ci pensa due volte. Gasp non è solo l’esclamazione dolente del poveraccio finito sotto il trapano del dentista.
Gasp è anche lo stupore di chi lo ammira, una volta esonerato dal dolore. Nulla lo disturba. Nulla lo devia. Nulla lo confonde. La maga Circe con lui chiude bottega. Peste e corna per chi non è in grado di stargli dietro, oro e incenso per gli altri. Da allenatore è stato timido una sola volta, alla guida dell’Inter. Da allora, più rabbioso che depresso, ha giurato a sé stesso che mai più. Nel caso di Gasp il pane è pane, il vino è più che mai vino (il suo secondo mestiere), e non sono mai miracoli, ma lavoro e dedizione.
Gasp non si stressa, si esalta nella fatica. Nella sua attitudine la psicologia è un lusso, le ferite dell’anima roba da signorinelle pallide. Insomma, è un duro e i romani (romanisti) sono fatti così, al principio diffidano di chi non spartisce con loro un po’ di complicità, ma poi si lasciano affascinare (Liedholm, Capello, per dire), quando capiscono che il diverso ha la frusta che serve per vincere. Gasp sa di valere, ha un’idea solida delle sue virtù, ma non si lascia svenare da peccati di vanità. Se sbaglia non sprofonda, si corregge.
Lucio è così diverso. Non voglio dire che potrebbe essere Cappuccetto Rosso, ma quasi, nel senso che tende a perdersi nel bosco. La giungla della sua psiche. Piena di animali feroci e di agguati. A cercare la nonna che, nel caso suo, è la prima e forse anche l’ultima notte di quiete. Lucio non ha bisogno del lupo per essere mangiato, si mangia da sé. Perde anche quando vince. Ha un senso raffinato della tortura mentale che, quasi sempre, infligge solo a sé stesso. Più depresso che rabbioso, impareggiabile la sua voluttà dello sprofondare. Per lui pane e vino non sono mai pane e vino, ma anacoluti labirintici, in cui smarrisce ogni volta il filo e finisce ogni volta a Calcutta, essendo partito per andare a Stoccolma. Gasp è misurato, ama con pudore i suoi giocatori. Quello che basta per arrivare insieme alla meta. Lucio è dismisura. Li ama visceralmente i suoi, quasi fisicamente. Li ama anche, soprattutto, quando li strattona. Forte e debole di una sensibilità quasi femminea. Prima di farci la guerra, Totti, Icardi, gli altri, li ha amati come figli. Gasp è scorbutico, ma sa sorridere. Lucio non sa proprio come si fa, sorridere. Il prato di Gasp è il campo di un’onesta battaglia dove si vince o si perde. Quello di Lucio è un campo minato, dove si perde per definizione, e il primo a saltare in aria è lui.
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