La Serie A candida Malagò in Figc: la politica attacca, Abete è in campo
Dicevano che mettere insieme una maggioranza sostanziosa a sostegno di Malagò fosse un rigore a porta vuota o quasi. In qualsiasi caso, sul dischetto, la Serie A non ha tremato: Mala-gol, dunque. Sono bastate 18 firme, in testa quelle delle big Inter, Napoli, Juve e Roma, per lanciare la candidatura a presidente della Figc dell’ex numero uno del Coni. Il massimo campionato ha fatto la sua scelta. Quindici adesioni erano già sul foglio domenica. Altre tre, inclusa quella del Sassuolo, sono arrivate ieri mattina prima dell’assemblea a Milano. La componente che negli anni è spesso implosa a causa delle tante tensioni interne è salita compatta sul carro. Solo Lotito è rimasto a terra adducendo come motivazione la necessità di rivedere in primis le leggi dello Stato che non permetterebbero al calcio di evolvere, come quella del 1981, nel frattempo stravolta dal decreto 36 del 2021. Utopistico, a detta di alcuni. Strumentale, nell’ottica di favorire l’intervento del governo, secondo altri. Il presidente della Lazio ha spiegato dove volesse andare a parare dicendo che «le elezioni vengono indette con una legge di 45 anni fa, il sistema va ridisegnato tutto e ci vuole la nomina di un commissario». Il Verona si era sfilato contestando la procedura - il nome prima dei programmi - ma in serata Zanzi ha confermato a Malagò l’intenzione di votarlo. Giovanni, che lunedì sarà a Milano per incontrare i suoi elettori, ha parlato di «segnale di straordinaria considerazione da un mondo spesso litigioso, che ora mi permette di intraprendere un doveroso percorso esplorativo. Ora interpellerò le altri componenti». La Serie B si riunisce oggi in assemblea, la Lega Pro il 28 aprile, mentre Assocalciatori e Assoallenatori continuano a compattarsi.
Abete in campo: la strategia
Fatta la mossa, è già tempo di trovare delle contromisure per evitare che uno dei dirigenti più esperti possa andare a sbattere. Perché Giancarlo Abete, il presidente della Lega Dilettanti, è sceso in campo con un tempismo notevole: «Chiederò alla lega di investirmi delle stesse titolarità e di poter presentarmi seguendo la logica di discutere prima i contenuti e poi vedere qual è il punto di caduta sui nomi». Attenzione a parlare di candidatura in senso stretto: la mossa, in questo caso, è molto più fine e va letta come una risposta allo scatto della Serie A (per Abete «è partita male nel metodo: non dai contenuti, ma dalle persone»). Non a caso, lo considerano il demiurgo della politica federale. La necessità del capo della LND, che da sola vale oltre un terzo dei voti (34%), è quella di far valere il proprio peso. Non lo disperderà consegnandosi a Malagò senza ottenere garanzie. La trattativa, inevitabilmente, sarà politica e non è escluso che possa chiudersi con un accordo. Agli atti resta la volontà della Serie A di rivendicare una centralità dopo la governance in cui dilettanti e calciatori si sono spartiti le vicepresidenze. «Siamo la locomotiva - ha detto il presidente dell’Inter, Marotta, ispiratore dell’operazione Malagò - Il nostro calcio ha bisogno di una cura importante». Il presidente di Lega, Simonelli, è certo che «ci sarà un confronto con il governo». Sarà necessario visto che una parte dell’attuale maggioranza, la stessa che non ha concesso a Malagò né il quarto mandato al Coni né la proroga per Milano-Cortina, non gradisce il profilo indicato ieri. Marcheschi, responsabile sport di Fratelli d’Italia, il partito della premier Meloni, ha detto «solo un commissario può avere i poteri per realizzare le riforme». Il ministro per lo Sport, Abodi, la pensa in modo simile e oggi in terverrà in Senato. Siamo solo all’inizio.
