© ANSA

Arbitri e Var tra ‘900 e 2000

Il racconto di tante partite e arbitri del passato
Roberto Beccantini
Roberto Beccantini

4 min

Pubblicato il 12.05.2026, 10:26

A proposito di arbitri e di «bussate». Bei tempi, quando Concetto Lo Bello ammansiva Gigi Riva dopo il rigore del 2-2 di Juventus-Cagliari al vecchio Comunale. Rigore decretato al pelo, senza se e senza Va(r), figlio di un altro, parato da Ricky Albertosi a Helmut Haller, ripetuto (apriti cielo) e trasformato da Pietro Anastasi. «E se lo avessi sbagliato?», brontolò il leggiunese. «Te lo avrei fatto ribattere», zufolò il tiranno di Siracusa, la pupilla corazzata da sbarco in Normandia. Era il 15 marzo 1970.

O la domenica in cui, reduce dalla polveriera di Fiorentina-Cagliari, durante la quale il popolo viola gli aveva vomitato di tutto, ma soprattutto «duce, duce», don Concetto incrociò la comitiva sarda all’aeroporto di Fiumicino ed ebbe con Andrea Arrica, l’Allodi dell’isola, uno scambio degno di Wimbledon. Arrica: «Però non dovevano gridarle “duce duce”». Lo Bello: «Tu cosa hai pensato mentre mi urlavano “duce duce”?». Arrica: «Che avremmo vinto». Lo Bello: «Hai pensato bene». Naturalmente, 1-0 per il Cagliari. Con tanto di penalty, sul filo del filo, realizzato da Rombo di Tuono. Era il 12 ottobre 1969. 

Per tacere della notte di Marsiglia, semifinale europea, Francia-Portogallo 3-2. «Sceriffo», Paolo Bergamo. Supplementari, un equilibrio fragile come un vaso di cristallo nelle mani di un ubriaco. Agli sgoccioli degli sgoccioli, fuga di Jean Tigana e stoccata di Michel Platini. Les jeux sont faits. Bergamo sbircia le Roi: «Poi, Michel, mi dai la maglia, ok?». Lui, il blu dipinto nel blu del Vélodrome: «Oui, ma solo se fischi subito». Casualmente, si sentì un sibilo: triplice, addirittura. Era il 23 giugno 1984. 
E le edizioni di Inter-Juventus con Benito Lorenzi detto Veleno e Giampiero Boniperti detto Marisa. Si narra che, un pomeriggio, di fronte all’ennesimo ringhio del capitano sabaudo, il timorato di Dio (in chiesa, non in campo) profittò di un trillo, di un alterco, per provocarlo: «Giampiero, arbitra tu». Non pago, indicò il fischietto. «Così non rompi più». Dirigeva il «signor [Cesare] Jonni di Macerata», come declamavano gli speaker d’epoca. 
E la burrasca di Inter-Napoli 2-1. Guizzo di José Altafini, espulso Tarcisio Burgnich, nerazzurri in dieci. Intervallo, Sandro Mazzola picchiò alla porta di Sergio Gonella: «Mi pare che qui andiamo molto male. Ma lei vuole tornare a San Siro?». Morale: doppietta di Roberto Boninsegna, rigorino e incornatona a rischio scarpa (quella di Dino Panzanato). Era il 21 marzo 1971. 
E il «mazzo» minacciato da Gigi Agnolin agli juventini nel derby turbolento del 26 ottobre 1980, derby che il Toro si prese in rimonta (2-1). Oggi, chirurghi famelici, affondiamo il bisturi sul braccio largo di João Neves in Bayern-Paris 1-1. Dischetto o non dischetto? Per il sottoscritto, mai. Tra i dialoghi pre-labiali del Novecento e i colloqui carbonari di Lissone resiste e persiste la liturgia di un rito tribale. Pagherei perché il Var facesse luce, alla Sherlock Holmes, sul famigerato «pasticciaccio brutto» del gol di Turone in Juventus-Roma 0-0. Era il 10 maggio 1981. 
Bei tempi, quei tempi. O, più o meno, siamo sempre lì? 

Abbonati per continuare a leggere

Scegli l’abbonamento che fa per te e sblocca un mondo di contenuti esclusivi,
navighi senza interruzioni e scopri il piacere della lettura.

  • Basic

    € 19,99 Prezzo standardRisparmi il 50%

    9,99al mese
  • 5 contenuti al mese
  • Più scelto

    Plus

    € 29,9 Prezzo standardRisparmi il 33%

    19,99al mese
  • 10 contenuti plus al mese
  • Nessuna pubblicità
  • Best value

    Pro

    € 49,99 Prezzo standardRisparmi il 20%

    39,99al mese
  • Contenuti illimitati
  • Supporto prioritario