Gestore sarà lei
Gestore, enciclopedia Treccani, definizione: dal latino gestor-oris, «condurre, amministrare». Chi ha la gestione di un’impresa altrui o in genere amministra beni o affari. È la mansione, invero dignitosissima, che i tifosi della Lazio, con un sovrappiù di disprezzo e infamia ad hoc, hanno affibbiato a Claudio Lotito, il presidente, per rimarcare come nessun reale sentimento, se non quello connesso agli affari leghi lo stesso alla loro squadra del cuore ed è la stessa qualifica con la quale i nuovi guru, i soloni in servizio permanente effettivo del sedicente «bel calcio» etichettano tre giganti del pensiero pallonaro che rispondono ai nomi di Carlo Ancelotti, José Mourinho e Massimiliano Allegri.
Ancelotti, già dato improvvidamente per bollito al Napoli e all’Everton, dopo aver vinto ogni possibile trofeo al Real Madrid, ha ottenuto la panchina del Brasile, primo straniero nella storia, e ha appena rinnovato per la bellezza di altri quattro anni.
L’altro sicuro bollito, José Mourinho, colpevole di non aver portato il campionato allo United (13 stagioni senza titolo in Premier), al Tottenham (65 anni), alla Roma (25) e al Fenerbahçe (12), dopo aver concluso la Primeira Liga senza sconfitte col Benfica, sta per tornare proprio dalle parti del Santiago Bernabeu dove Florentino gli ha chiesto (praticamente in ginocchio) di rimediare ai disastri del profeta Xabi Alonso e di Arbeloa.
L’altro insipido elemento del carrello, Max Allegri, saranno anche 7 anni che non vince lo scudetto (non c’è riuscito nemmeno nei due in cui non ha allenato) ma mentre tenta di portare una squadra da quinto-sesto posto in Champions, potrebbe diventare il ct dell’Italia. Non escludo sorprese, ma tant’è.
Ora, in onestà e limpidezza, come si fa? Come si fa a valutare il lavoro di decenni con il gusto tranchant della boutade a tutti i costi? Come si fa a definire gestore chi, con lo scafandro da psicologo utile a nuotare in uno spogliatoio, la pazienza di Giobbe per confrontarsi con l’applauso del pubblico pagante e le brame presidenziali e una trentina di masterclass che coprono l’intero mappamondo, vive il calcio da decenni dando ripetuti esempi di talento e sapienza?
Non si dovrebbe mai confondere il proprio obiettivo propagandistico, o peggio la propria simpatia, con la realtà dei fatti. Si rischia di essere ridicoli, quando non proprio patetici tout court.
Parafrasando Tom De Marco, potrei chiuderla qui dicendo che «le parti del corpo essenziali di un gestore sono cuore, stomaco, anima e naso: comanda col cuore, si fida del suo stomaco, mette l’anima nell’organizzazione e sviluppa un fiuto per le cazzate», ma mi spingo oltre e alla maniera di Jonathan Swift avanzo la mia modesta proposta: se non sappiamo di cosa parliamo, tacciamo. Se non volete dare retta a me, datela a Federico Fellini e a Roberto Benigni che ne “La voce della luna” sostiene una cosa semplice per non dire elementare: «Eppure io credo che se ci fosse un po’ più di silenzio, se tutti facessero un po’ di silenzio, forse qualcosa potremmo capire». O no?
