Rocchicidio

Leggi il commento del direttore del Corriere dello Sport-Stadio
Ivan Zazzaroni
4 min

Dal 1992 sono finiti in cella ventiquattromila innocenti. Persone a cui lo Stato ha devoluto 630 milioni di euro a parziale risarcimento per il calvario subìto e chiesto scusa con colpevole ritardo. Persone a cui la vita è stata stravolta da un giorno all’altro e la cui reputazione, va da sé, non è mai più tornata quella di prima.

La calunnia è un venticello, lo sputtanamento uno tsunami. Dopo Gino Girolimoni, Giuseppe Gulotta, Domenico Morrone, Lelio Luttazzi e Enzo Tortora, per l’inferno della diffamazione gratuita è passato anche Gianluca Rocchi. Non impariamo dagli errori commessi perché l’errore, come spiegava magistralmente Volontè in “Sbatti il mostro in prima pagina” di Bellocchio, è voluto: «Goebbels diceva nei suoi diari che le masse sono molto più primitive di quanto possiamo immaginare. La propaganda deve essere quindi essenzialmente semplice, basata sulla tecnica della ripetizione, tecnica peraltro modernissima e già propagata dalle agenzie americane. Unique selling proposition, unica proposta di vendita». Il film è del 1972. Sono passati, invano, cinquantaquattro anni e siamo ancora lì. Prima diamo in pasto il junk food, poi se ci va, consigliamo una visita dal medico.

Che la giustizia italiana abbia raggiunto abissi patologici ce lo conferma l’ennesima piccola storia ignobile proveniente dalla cronache. I Pm che si occupano del caso Rocchi, come era ampiamente prevedile, hanno chiesto l’archiviazione: la procura di Milano ha valutato che non ci fossero gli elementi per rinviare a giudizio un professionista che dal 24 aprile, a poche ore dalla celebrazione della Liberazione – il destino si concede una battuta da stand up comedy – vive l’incubo dello sputtanamento globale, della perdita d’immagine e del ruolo. Del lavoro. Una vergogna che si aggiunge ad altri scempi, ma che l’accumulazione quotidiana di casi simili, non rende meno nauseante.

Fin dal primo giorno questo giornale ha assunto una posizione innocentista, ancor prima che garantista, derivata da una profonda conoscenza diretta di Rocchi. Il 25 aprile mi è bastata una domanda, una sola e inevitabile, per capire di essere dalla parte giusta: «Gianluca, se pensi di aver commesso qualcosa di grave ti prego di dirmelo, non posso permettere al Corriere di sbagliare». La risposta è stata netta: «Non ho mai favorito nessuno, non ho mai parlato al telefono con i dirigenti delle squadre, ma soltanto con i miei collaboratori diretti. Fa’ quello che ti senti e pensi sia meglio, io ho la coscienza a postissimo».

Da quel giorno ho sentito Rocchi altre volte e ne ho assorbito la disperazione, il disincanto, il dolore di chi si trova in un angolo, ripetutamente percosso, senza poter reagire. Qualcuno ha vissuto la sua immediata autosospensione come una sorta di ammissione di colpa quando invece è stata esclusivamente un atto di responsabilità. C’è chi ne ha approfittato - una parte del mondo arbitrale - perché la situazione era propizia e altri (al peggio non c’è mai fine) hanno addirittura provato a spingerlo ancora più a fondo. Risultato: Rocchi ha capito con chi aveva avuto a che fare, ma non ha vinto. La camicia si è macchiata e non basterà mandarla in tintoria. C’è qualcuno che almeno, in un impeto di dignità, vuole offrirsi di pagare il conto?

PS. Il pm Ascione ha fatto il suo lavoro, giustamente. Di disgustoso ho trovato l’immediata condanna mediatica e il comportamento di alcuni soggetti ancora presenti nell’AIA.


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