Medel esclusivo: “Resto al Bologna e lo porto in Europa”

"A 35 anni si firma un anno alla volta, ho l’ambizione di fare le Coppe. Cambierebbe tutto. In questa stagione voglio arrivare davanti alla Juve"
Medel esclusivo: “Resto al Bologna e lo porto in Europa”© FOTO SCHICCHI
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Giorgio Burreddu
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BOLOGNA - Sfatiamo un mito: Gary Medel non azzanna e non morde. E' un buono. Anzi, è naturalmente incline allo scherzo. Tranne che su due cose. Il rinnovo è la prima: «Io e la mia famiglia vogliamo rimanere qui. Voglio giocare a Bologna anche fino a quarant'anni. Mi trovo bene con tutti». Il club e il suo agente hanno iniziato a discuterne. Le volontà collimano e, salvo colpi di scena, il cileno vestirà la maglia del Bologna anche l’anno prossimo. «A una certa età si discute una stagione alla volta». Ecco, l’età. A 35 anni nemmeno sulla grinta si può scherzare. «Sono sempre lo stesso: vecchio, ma non mollo mai».  

Però adesso deve saltare almeno due partite. 
«Sfiga. Avevo già giocato con questo dolore contro l’Atalanta. Con la Lazio è aumentato e allora ho chiesto il cambio. Ma la mia idea è tornare il più presto possibile». 
 
Quando? 
«Salto queste due, provo con la Fiorentina». 
 
Come se la caveranno senza di lei? 
«Qui c’è un grande gruppo, stiamo giocando bene. Ci mancano un po’ i gol, devono arrivare anche da altri. Ma la squadra c’è».  
 
Negli anni ha imparato ad ascoltare il suo corpo? 
«La gestione cambia negli anni. Ma io anche se ho dolore mi alleno. In questo non sono mai cambiato. Magari ho bisogno di un giorno in più per recuperare e la tecnologia aiuta». 
 
Ha una camera iperbarica.  
«L’ho messa nell’appartamento di mia suocera. La uso due volte alla settimana, sto lì dentro due ore al massimo. Non so cosa faccia, però mi aiuta. Quando esco mi sento meglio». 
 
E un anno fa stava per smettere... 
«Sì, tra un infortunio e l’altro ero rimasto fuori otto mesi, era un momento difficile. La testa non era concentrata sul campo. Non volevo più giocare. Poi ho ripreso e la fiducia è tornata». 
 
Cosa è cambiato? 
«Quando ti fai male una o due volte ok, non c’è problema. Ma tre, quattro, cinque volte di fila ti deprimi un po’, stai male, sei giù di morale». 
 
I compagni non la caricano? 
«Io non ho bisogno di nessuno. Né del mister né dei miei compagni. Mi carico da solo». 
 
Qual è il suo obiettivo qui? 
«Portare il Bologna in Europa. Non è solo l’ambizione, è il mio desiderio. Se lo merita la città». 
 
Lo si dice da anni. Cosa manca? 
«Non lo so, ma qualcosa manca. Però è l’ambizione di chi sta qui. E dipende da tutti: società, giocatori, tutti». 
 
Anche dagli investimenti? 
«Forse, anche. Ma quelli non dipendono da me».  

Che svolta sarebbe l’Europa? 
«Ah, cambia tutto. Per i giocatori, i tifosi, il club, la città. A Bologna giocare una coppa manca da vent’anni, darebbe tutta un’altra dimensione». 
 
Quest’anno si può provare? 
«Certo, abbiamo la squadra per farlo. Marko è un giocatore forte e manca tanto. Zirkzee si sta allenando bene e speriamo possa aiutarci di più». 
E Barrow? Non ha il suo carattere.  
«Siamo tutti diversi. Ma speriamo che cambi un po’ per il suo futuro, e per il Bologna». 
 
Adesso siete a pari punti con la Juve. 
«Speriamo di arrivarle sopra. Può essere un obiettivo. Avendo giocato con la maglia dell’Inter, conosco bene la rivalità con la Juventus». 
 
Si è fatto un’idea di questa storia? 
«No, onestamente io guardo solo al Bologna. La cosa importante è quello che facciamo noi, non quello che fanno le altre». 
 
Thiago Motta cosa vi sta dando? 
«Intensità, carattere, fiducia. A quelli che si allenano al cento per cento. Chi si allena al cinquanta per cento, invece, sta fuori». 
 
È successo con Vignato. 
«Certo. Gli fa bene, lo fa crescere. E poi siamo giocatori del Bologna, ci pagano per questo». 
 
 Motta è severo? 
«No, è molto simpatico, con lui si può scherzare. Non quando ci alleniamo. Lì si deve andare forte e basta». 
 
Com’è andata col cambio di ruolo? 
«È arrivato e ci ha detto: “Io gioco col 4-3-3”. Poi ci ha presi singolarmente. “Gary, ti vedo come centrocampista”. Va bene, dico io, però non corro tanto. Allora lui mi ha guardato: “Corri, corri bene”. Al primo allenamento mi ha messo centrocampista». 
 
Lei non era contentissimo. 
«No, perché mi è sempre piaciuto giocare difensore centrale. Ogni allenatore è diverso. Comunque nessun problema: credo di farlo al meglio».

Cosa le dà di diverso? 
«In difesa sono più tranquillo. A centrocampo devi giocare più veloce, devi guardarti le spalle. Hai sempre un uomo addosso». 
 
Niente pressione da centrale? 
«No. Perché sbaglio poco» (e ride). 
Mihajlovic cosa le ha insegnato? 
«Che dobbiamo lottare ogni giorno. Il mister è stato un leone. Un uomo di famiglia, un grande. Avevo un bel rapporto con lui. Abbiamo litigato una partita. Ma succede tra due caratteri forti. Era un uomo simpatico, con lui si scherzava. È pazzesco quello che è successo. Lui stava male, veniva qui, dirigeva gli allenamenti. Non è una cosa da tutti». 
 
Voi come l’avete vissuta? 
«Male. Stavamo tutti male per lui. È stato un periodo brutto». 
 
A 35 anni ha dei rimpianti? 
«Mi manca vincere qualcosa qui in Italia. All’Inter avremmo potuto farlo. Adesso sarebbe bello arrivare in Europa con il Bologna, sarebbe un riscatto».  
 
I ragazzi di oggi hanno tutti la sua voglia? 
«Alcuni sì, altri no. Il calcio adesso è cambiato, il mondo che ho vissuto io era diverso. Prima guardavano il calcio, oggi non tanto. Pensano ai social, si distraggono. Magari sono cambiato anche io». 
 
Lei che padre è? 
«Simpatico, scherzo sempre. Ho cinque figli, due vivono in Cile ma adesso sono qui in vacanza. Giocano a calcio. Vengono qui a Casteldebole tutti i giorni. Il più piccolo è Danilo, che è un disastro. Ieri si è svegliato alle 6.30 per giocare a pallone. È un uragano».  
 
Le piacerebbe vederli calciatori? 
«Sì. Ma prima c’è la scuola. Ogni tanto cerco di dare loro dei consigli. Anche se non voglio essere invadente». 
 
Bologna è importante per la sua famiglia? 
«Sì, è una città dove sto benissimo. La gente mi ferma, mi chiede foto. Sento tanto rispetto, simpatia». 
 
Le ha mai dato fastidio la notorietà? 
«No, ma quando sono in Cile ogni tanto diventa troppo. Però è anche bello così». 
 
È uno del popolo, un simbolo. 
«Sì, ho un grande rapporto con la gente del Cile. La gente mi apprezza molto e questo mi rende felice». 

 E la Nazionale? 
«Non andare ai Mondiali per la seconda volta è stato davvero brutto. Ma il mio percorso con il Cile continua. Non si dice mai no alla nazionale. Da bambino volevo arrivare lì. L’ho fatto, e adesso voglio morire con la maglia della nazionale addosso». 
 
Chi guardava? 
«Zamorano e Salas, quelli che giocavano in Europa. E poi Ronaldo il Fenomeno». 
 
Zamorano e Hugo Rubio sono passati da qui. 
«Con i tre figli di Rubio ho giocato a calcio in tre categorie diverse. Lo conosco bene». 
 
Pitbull le piace? 
«Me l’hanno dato quando giocavo a centrocampo. Mi è sempre piaciuto, mi dicevano che ero aggressivo. Me lo diede un compagno dell’under 17, un portiere che adesso gioca in B». 
 
Un vero cattivo l’ha mai incontrato? 
«Forse Felipe Melo. Però solo in campo. Picchiava. Fuori no, simpatico e umile. Come Vidal. In campo aggressivo, fuori super tranquillo». 
 
E lei è cattivo? 
«Ma va. In campo sì. Nella vita sono uno tranquillo». 


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