Il Cagliari dal sogno del Qatar all’amara retrocessione© ANSA

Il Cagliari dal sogno del Qatar all’amara retrocessione

Da Cellino a Giulini: storia recente del club sardo
Vincenzo Sardu
15 min

ROMA - E’ il 12 dicembre 2013. In tv a Videolina, l’allora presidente del Cagliari, Massimo Cellino, annuncia: «Entusiasmo e programmi per il futuro non ne ho. Se c’è qualcuno che vuole venire a dare entusiasmo a questa squadra, credo di essere quantomai maturo per lasciare il mio posto e di non essere più in grado di dare nulla. Dopo ventidue anni non riesco a immaginare niente di diverso».

Dal giugno 1992, quando è entrato come un uragano nel mondo calcio e nel Cagliari in poi, quante altre volte Cellino ha fatto lo stesso annuncio? Tante. O sull’onda di qualche sua proverbiale incazzatura, o per sviare la critica, per attenuare i riflessi di una decisione difficile come la cessione di un giocatore importante, o l’esonero di un allenatore amato dalla piazza. L’uomo, checché ne dicano i non pochi detrattori, è abile e col trascorrere degli anni ha affinato la capacità di gestire la comunicazione. Un self made man, che ha preso come un incipit le nozioni di base fornitegli da Carlo Mazzone e (anche se in questo caso non lo ammetterà mai neppure sotto indicibili torture) da Carmine Longo, rispettivamente allenatore e stratega di quel Cagliari ereditato dalla famiglia Orrù nel giugno del ‘92. Ma quella volta in tv no, guardandolo negli occhi, uno che lo ha conosciuto vent’anni prima e ha imparato per quattro lustri a decifrarne le espressioni, gli sguardi, capiva che non stava mentendo. Cellino era stanco davvero, e voleva andar via.

I segnali.
La confidenza televisiva non arrivava come un fulmine a ciel sereno. In realtà, da qualche mese aveva smesso di credere in nella sua avventura sportiva cagliaritana. Alcune settimane dopo si seppe che già a novembre era scattato l’innamoramento per il Leeds, ma il dettaglio è relativo. Ciò che contava in ottica strettamente isolana era la volontà di abbandonare il Cagliari non per disamore, quanto perché le infinite e inutili lotte con la burocrazia per gli stadi lo avevano stremato. E, soprattutto le preoccupazioni create dalle vicende giudiziarie ormai lo ossessionavano. «Vivo col terrore di quel che mi è capitato a febbraio», mi raccontò a luglio, poche settimane dopo essere stato scarcerato in seguito all’inchiesta sullo stadio di Is Arenas, le ipotesi di peculato, falso ideologico. Difficile dargli torto, senza entrare nel merito del lavoro svolto dai magistrati. E da quel momento, da luglio in poi, è stato un progressivo distacco evidenziato da concreti segnali inequivocabili. Il primo e più forte, non recepire le aperture che ormai arrivavano a cascata dal comune di Cagliari con la disponibilità totale a recepire un progetto per il rifacimento ex novo del Sant’Elia. In controtendenza rispetto alle chiusure ermetiche, ai no dell’istituzione comunale durati quindici anni sull’argomento.

Mi domandavo, ma perché non ne approfitta? Avere il sì e fare lo stadio nuovo dopo tutto quello che ha faticato e passato, sarebbe una vittoria clamorosa su tutta la linea. Ammetto di non aver colto subito, parlavo di un Cagliari ostaggio delle decisioni di Cellino, ma in realtà Cellino aveva deciso di mollare e da quell’intervista televisiva arrivava la prova inconfutabile.

L'interesse arabo.
Nei primi giorni del 2014, capto una serie di voci che allertano le antenne. Una confidenza raccolta in ambienti del club mi suggeriva di puntare lo sguardo verso il Qatar per intercettare il futuro del Cagliari. Il mio informatore era di quelli che davano poche notizie ma sempre importanti e mai campate per aria. «In ballo c'è una cifra vicina ai novanta milioni di euro». Pochi giorni dopo, un collega molto amico da anni di Cellino mi  chiama sul social network, luogo ottimale per avere informazioni utili anche per il lavoro. «Sai chi sta comprando il Cagliari?». «Non ne ho idea», replicai con l'intenzione di non scoprire le carte. «Te lo dico io: il proprietario del PSG». Conosco  il collega, è una persona assolutamente perbene, integerrima, sincera. E so che il suo rapporto di amicizia con Cellino va oltre il proprio status. «Lavoraci, vedi se trovi conferme». Per la cronaca, il collega è lo stesso che nell’aprile del 2012 mi diede l’imbeccata della volontà del Cagliari di chiedere asilo a Quartu. Ovviamente, su questo piano e nel caso della famiglia qatariota proprietaria del PSG (e non solo) bisognava andarci su con passo felpato e con verifiche più approfondite.

Arriviamo al famoso sms, nel quale Cellino da Miami all’alba del 6 febbraio 2014 annunciava la cessione del Cagliari. «22 anni sognando l’irrealizzabile. Sono un povero romantico sognatore, scusatemi se non ci sono riuscito. Ho praticamente ceduto il Cagliari, appena i legali dei compratori avranno l’assicurazione dal “suo” sindaco  dove disputare le partite, firmano e pagano anche domani. E’ brava gente, ma ho paura che si sbrunchino (per i non sardi significa “che ci pestino il muso”) con la nostra triste realtà».

I dubbi e le prove del nove.
Non ho mai capito perché ha mandato quel messaggio proprio a me, la cosa sicura è che non scherzava. E non lo dico per proteggere il cosiddetto scoop, ma perché ormai la faccenda iniziava a girare anche per altri livelli, per altri ambienti. Cominciavano a parlarne tanti: troppi, per non esserci qualcosa di vero. Periodici e quotidiani generalisti di primissimo piano, tv nazionali, satellitari e non. Fra i tanti, mi soffermai in particolare sulla corrispondenza parigina di un bravo e stimato collega di una importantissima testata generalista che senza troppi giri di parole parlava del tentativo della famiglia presidenziale del PSG di scalare la proprietà del Cagliari. Dunque, lo cercai e dopo qualche giorno l'arrivo del famoso sms riuscii a parlargli. «Ti spiego cosa ho saputo. Un mio amico che lavora in ambienti governativi francesi, mi ha detto che ai loro uffici risulta una trattativa dei proprietari del PSG per comprare il Cagliari». Io gli chiesi: «Ma a questi, cosa gliene frega di un affare del genere?». «Gli frega nella misura che essendo la famiglia impegnata in attività e investimenti imprenditoriali per un valore di un miliardo e mezzo di euro fra Parigi e dintorni, forse cercano di capire se ci sono situazioni che possono mettere a rischio quegli investimenti. E dal momento che questa notizia è filtrata, evidentemente la materia non deve costituire in nessun modo un ostacolo o un pericolo agli investimenti di cui sopra». Per me valeva una grossa conferma: la cosa risultava persino ad ambienti governativi francesi, che ragione avrebbero potuto avere questi ultimi di sparare una bufala del genere?

Una settimana dopo, mi chiama un collega del mio giornale. «Guarda che vi hanno comprato gli arabi». «Come fai a dirlo?». «Un mio amico lavora in un posto dove transitano cifre di un certo livello, e ha visto passare quella del pagamento.». Anche qui, la prova del nove mi dava certezze: perché un funzionario di una istituzione bancaria che nulla a che vedere e a che fare ha col Cagliari, chiama un mio collega che del Cagliari non si occupa mai, per dirgli che c’era questo documento finanziario in transito?

Dal nulla, l'oblìo
Fine dei dubbi, a me non serviva altro. A me. Non ad altri. Perché l’idea che una società come il Cagliari potesse finire in mani che avrebbero capovolto lo stivale calcistico, a quel punto più che sembrare improbabile iniziava a far paura per gli effetti che avrebbe potuto causare. Notavo in giro una corsa a esorcizzare questa eventualità. Cellino, conoscendolo, avrebbe parlato di «cugurre (portasfiga) che gufavano per far andare tutto a monte». E infatti, a monte è andato, perché da quel momento in poi, da metà febbraio, non si è parlato più della cessione del Cagliari agli arabi. In pratica, come se si fosse dissolta nel nulla. Ma con tutte le tracce che erano state lasciate, possibile che fosse svanita, così, semplicemente? E per quale ragione, soprattutto?

Mentre le danze fra improbabili investitori americani e i più concreti assalti di Tommaso Giulini prendevano lentamente ma inesorabilmente possesso della scena, io continuavo a chiedermi il perché. E non sapevo farmene una ragione. Lo so, qui gioca anche il simpatizzante oltre al cronista. Dopo tanti anni sportivamente sofferti, i pasticci infiniti sugli stadi, le polemiche, i campionati sofferti, una luce sfolgorante che tutti vorrebbero avere ti avvolge e poi ti lascia lì. Può essere accettabile?

Il tarlo che rodeva
Nei mesi successivi, ho continuato a chiedermi la ragione di quel sogno sfumato e alla fine ho dato la colpa a Cellino. Il quale per tre volte, in rapida successione, ha parlato pubblicamente ma non ascoltato a fondo, di quell’affare. Due volte ai due quotidiani sardi, la terza all’inglese Sun, ormai già nei panni di proprietario del Leeds. «Gli arabi? Era tutto fatto, ma è saltato perché volevano che restassi io con un incarico da manager per tre anni e io non ho voluto». «Gli arabi? Era tutto fatto, ma volevano che licenziassi l’allenatore Lopez, io ho detto di no ed è saltato tutto». «Gli arabi? Era fatto tutto, poi sono spariti».

Confesso, io pure che lo conosco da ventidue anni, non ho capito la vera ragione sul momento e così, superficialmente, ho pensato che poteva esser saltato tutto a causa del suo vizio di tirare troppo la corda. Forse era lui a voler restare, infatti durante la fase critica della trattativa era filtrata la sua intenzione di conservare un 2 per cento del pacchetto azionario del Cagliari. E, conoscendo lo stile qatariota, gente che se compra vuole tutto o niente, ho rafforzato la mia convinzione errata. Pertanto, anche con una discreta dose di rabbia sportiva, ho archiviato il sogno addebitando la colpa a lui.

La vera causa
A dicembre 2014 sono ospite di un personaggio piuttosto noto, che conosce bene Cellino. Parlando del Cagliari il discorso è arrivato agli arabi così penso di vuotare  il sacco: «Ora ti racconto tutto quello che so». Lo faccio, lui mi osserva sorridente e annuisce ripetutamente ogni volta che tocco i passaggi decisivi, le prove. La confidenza parigina, i soldi arrivati. Ma quando gli ho raccontato il motivo per cui ritenevo fosse saltato tutto, colpa di Cellino cioè, lui mi ha fermato. «Sei andato benissimo fin qui, ma sbagli sulla causa. Sai, anche a me lui ha raccontato la cosa. E quando me l’ha raccontata, gli dicevo “non raccontarmi balle”. E lui, “ma guarda che ho il contratto firmato”, aggiungendo che aveva pure ricevuto i soldi. E io gli dicevo “dai non è possibile”. Cellino alzava le spalle, sorridendo. Poi tempo fa, ho conosciuto il principe. E’ uno dei principi. E mi ha confermato tutto. C’era un accordo già fatto, sui soldi non è entrato nel merito, questione di stile, è membro di una casa regnante. Allora gli ho chiesto, “ma perché non avete concluso?” Devi sapere che la famiglia regnante è grande, anche numericamente. E’ come se da un patriarca discendessero numerosi figli che a loro volta danno vita a una famiglia. Pur essendo una famiglia numerosa, possiamo suddividerli in due entità, per nostra comodità di comprensione: da un lato gli straordinari imprenditori che sono, bravissimi, potenti e di successo. Dall’altro, quelli che oltre ad avere le doti imprenditoriali dei primi, sono pure invaghiti del calcio. Ma siccome sono molto uniti, si rispettano l’uno con l’altro e questa è la causa del ritiro dell’offerta: appena chi voleva il Cagliari ha parlato con chi in Sardegna già c’era per ragioni imprenditoriali, settore turistico e non solo, si è preferito soprassedere per non sovrapporre iniziative di due parti della stessa famiglia nello stesso luogo. Per quanto banale possa sembrare, la sola causa che ha vanificato il passaggio del Cagliari a esponenti della famiglia regnante del Qatar è questa». Non so dire se fossi più deluso di prima o in parte sollevato. Da un lato c’era la prova che non avevo visto male e dall’altro la certezza che il sogno era sfumato. «Ma te sei sicuro di quel che dici?» ho chiesto al mio interlocutore. «Sì, visto che ora abbiamo rapporti professionali importanti, gli vendo i prodotti lavorati con la fluorite a Doha».

L'illusione e la speranza.
E il 19 maggio 2015 Cellino ha confidato, a Radiolina: «Conservo ancora il contratto firmato dagli arabi, anche se non so quanto siano stati veri». Lo sa benissimo. Il Cagliari ha veramente sfiorato una condizione straordinaria. Oggi invece è in serie B. C’è una morale? No, soltanto una grande occasione che ha sfiorato il Cagliari.

A Tommaso Giulini non può essere imputato in nessun modo un ruolo negativo, di ostacolo o disturbo in qualsiasi modo. Lui è entrato in scena con entusiasmo, pieno di buona volontà, onestamente alla luce del sole e senza dietrologie, quando ormai la trattativa con gli arabi era tramontata da un pezzo. Caricargli sulle spalle, oltre a quelle pesantissime di una retrocessione che di certo non si sarebbe mai augurato al primo anno di reggenza, anche una qualche paternità sia pure riflessa di quel che sarebbe potuto essere – e non è stato – il Cagliari oggi, sarebbe ingenerosa, non lecita, profondamente ingiusta. A cosa serve, oggi, raccontare questi retroscena? Al netto di (improbabili) smentite, serve forse soltanto a chiudere un cerchio. Forse a esorcizzare le incertezze e la delusione attuale, a divinare un ripensamento dei corteggiatori di pochi giorni o a stuzzicare la fantasia di qualche altro potente. Chi lo sa, probabilmente serve ad alimentare una speranza che è la sola cosa che i tifosi del Cagliari al momento si possono concedere, per quanto con un retrogusto assai amaro. Perché la realtà oggi è la serie B e perché certi treni, purtroppo, passano una volta soltanto.


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