Mazzitelli si prende il Cagliari: "Adesso sì, ho dovuto ambientarmi"
Non pensate di trovarvi di fronte al classico romano “caciarone”, simpaticamente espansivo, a suo agio fra i trasteverini veraci al bar San Calisto. Niente di ciò. Luca Mazzitelli, 30 anni, natali sulla collina Fleming, il papà Massimo giornalista, vicino di casa di Zeman e del compianto Mihajlovic, del “romanaccio” ha solo una lieve inflessione nella parlata, smussata dai tanti anni passati in giro per l’Italia calcistica, con le maglie di Sudtirol, Sassuolo, Brescia, Genoa, Virtus Entella, Pisa, Frosinone, Como. Pensa al presente, a dare sempre il massimo per il Cagliari, non ha ancora disegnato il suo futuro post calcio. «È presto, ma il modo migliore per pensarci è diventare una persona migliore. Ecco, sto cercando di crescere come uomo». Infatti, è a un passo dalla laurea in Scienze Politiche alla Luiss di Roma. «Mi manca solo la tesi, ormai ci sono». È uno dei tanti eroi rossoblù del momento. Con una girata ha affondato la Juventus, con un sinistro volante ha dato il via alla goleada sul Verona. Da comparsa a protagonista. «Il calcio è bizzarro», dice, «la situazione può capovolgersi in poco tempo».
Quindici partite con appena 53 minuti giocati, poi titolare e goleador. Come hai vissuto il periodo difficile?
«Sono arrivato dal Sassuolo, dove avevo giocato poco, non al top della condizione fisica e per questo ho pagato dazio. Mi sono attaccato al lavoro, ho messo il massimo impegno in ogni allenamento. Infine, mi ha dato una grande mano Pavoletti, che mi è stato vicino e mi ha incoraggiato. Ora le cose filano».
Per te e per la squadra. La vittoria con la Juve, poi…
«Una gioia immensa. Quando ho visto la punizione radente di Gaetano ho deciso di calciare, era l’unica cosa che avrei potuto fare. Mi sono girato e ho visto il pallone che filava via bene, che Perin era coperto. Poi, lo stadio è esploso».
Con il Verona, un gol e un altro sfiorato con una girata al volo. Mica male. Ma non sei un mediano?
«Noi centrocampisti accompagniamo spesso la manovra offensiva. La vittoria sulla Juve resterà negli annali del Cagliari, ma quella con il Verona è stata ancora più importante, perché ci ha dato la consapevolezza di poter centrare il traguardo della salvezza».
Che è ancora distante.
«Pensare di avercela già fatta, sarebbe l’errore più grande. Dobbiamo continuare così, a testa bassa, con la massima concentrazione».
A iniziare da lunedì, sfidare la Roma, con la quale hai svolto tutta la trafila delle giovanili e esordito in A nel 2014, sarà affascinante e difficile.
«Bella squadra, diretta da un allenatore bravissimo. In pochi mesi, Gasperini ha impresso la sua impronta. Se la giocherà sino alla fine con la Juventus per un posto in Champions».
Lo scudetto?
«Dico Inter, ma se Spalletti, che ha rigenerato la Juventus, ci fosse stato dall’inizio, i bianconeri sarebbero stati temibili concorrenti».
Tornando alla Roma, si parla di un rientro di Totti da dirigente.
«Una figura così importante dovrebbe essere valorizzata con un ruolo adeguato».
A Roma hai mosso i primi passi da calciatore, e poi?
«Ho iniziato nel campetto della scuola. Sì, ero già il più bravo e molto competitivo. Se perdevo, piangevo. Poi la scuola calcio e le giovanili giallorosse. Quindi, ho iniziato il tour dell’Italia».
Cosa ti è rimasta della tua romanità
«Tutto, stando lontano dalla mia città l’ho apprezzata ancor di più. Vivendoci non mi rendevo conto. Ho la famiglia, gli amici, adoro tutto di questa città complessa ma meravigliosa».
La svolta della tua carriera?
«A Brescia, in Serie B nella stagione 2015/16, trentasei presenze e cinque gol. Ho capito che sarei potuto diventare un professionista».
Mai pensato di seguire le orme paterne e diventare giornalista?
«All’inizio sì, poi il pallone mi ha preso dentro. Non è andata male, però».
Tutt’altro. Dopo il Brescia, il Sassuolo, una società organizzata, di alto livello.
«Che mi ha fatto crescere molto. L’ho ritrovata l’anno scorso e ho avuto modo di conoscere Grosso, un allenatore di spessore».
Poi, è arrivato il Cagliari.
«Mai stato prima in Sardegna. Dopo il periodo iniziale di ambientamento, ora le cose vanno bene».
Nel frattempo Luvumbo se n’è andato.
«Ha mandato un messaggio a tutti, gli auguro il meglio. Un personaggio divertentissimo, non so perché, ma talvolta parla con una cadenza romanesca e in terza persona. Un mistero».
A trent’anni hai avuto modo di vivere un calcio diverso, che impressione ti fa questo di oggi dominato dal Var.
«Quest’anno ci sono state tante polemiche legate alla valutazione dei falli di mano in area. Io dico che l’arbitro non è un avversario, svolge un lavoro difficile. E allora, aiutiamolo».
Tu, invece, da centrocampista centrale a mezzala, spesso anche chiamato a lavorare sulla fascia. Viene da dire, fuori ruolo, e invece hai dimostrato capacità di stare in campo. Il segreto?
«Giocando da centrale sei abituato ad avere la visione complessiva del campo, questo aiuta a interpretare le situazioni, a intuire come si svilupperà il gioco. Mi sto trovando benissimo».
E con Gaetano al fianco?
«Che Gianluca avesse grandi capacità tecniche l’ho capito dopo due minuti di allenamento. Ma ora sta avendo una grande continuità di rendimento. Una bella intuizione».
Sì, un’idea vincente di Pisacane. Che impressione ti ha fatto l’allenatore?
«Mi ha colpito la sua forte personalità, ha superato momenti difficili dovuti ai gravi infortuni di Belotti, Felici e non solo. Come tutti noi, sta crescendo, ha un futuro luminoso davanti».
Mini classifica dei centrocampisti di Serie A. Il più bravo?
«Non ho dubbi, McTominay del Napoli. Fantastico».
E del passato?
«Due della Premier, Gerrard e Lampard. Centrocampisti di grande qualità, “box to box”, dal gol facile. Gerrard col Liverpool ne ha segnato 120, Lampard col Chelsea 147. Gerrard, poi, aveva la capacità di giocare dappertutto, centrale, trequartista, ala. Gli mancava solo di fare il portiere. Sarebbe stato bravo anche tra i pali».
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