
Juve, una nuova trasparenza
Nessuno può dire dove si assesterà lo tsunami che investe la Juve, ora tornata davanti alla giustizia sportiva, ma tante cose non saranno più come prima. A cominciare dalle plusvalenze incrociate, essendo ormai caduto il diaframma che separava una pratica contabile congegnata per migliorare bilanci traballanti dalle sanzioni che avrebbe meritato.
Il diaframma si legge nella motivazione con cui la Corte FIGC respinse le richieste della Procura Federale assolvendo Juve, Napoli e altri: il mercato dei calciatori è un meccanismo “imperfetto” in cui non esiste “il” metodo di valutazione dei cartellini ma tanti metodi plausibili. Tra questi, la Procura costruì il suo, con sforzo lodevole, basandosi anche sulle stime di Transfermarkt. Non convincente e non conclusivo perché il valore dei cartellini non è determinabile oggettivamente. A questa foglia di fico, comprensibile ma sottilissima, si può intanto obiettare che il valore di nessun bene (in nessun mercato) è assoluto, eppure ciò non priva tante aziende di valutazioni contabili serie e inattaccabili.
Ciò che troviamo sbagliato, tanto nella posizione “assolutista” di chi vuole un valore oggettivo del giocatore quanto in quella “relavitista” di chi ne postula l’impossibilità, desumendone una sorta di anarchia valutativa in cui ognuno può fare il bilancio come vuole, è la prospettiva. L’errore è concentrarsi sull’oggetto da contabilizzare anziché sul metodo.
Caso plusvalenze riaperto, la Juve: "Dimostreremo la nostra correttezza"
La zeppa nel castello verbale su cui il diaframma poggiava l’ha messa la quotazione della Juve, con conseguente adozione di principi contabili internazionali che prevedono un modo chiaro, oggettivo, non interpretabile per registrare gli scambi di beni immateriali. Il principio IAS38 prescrive di assegnare ai beni scambiati il valore netto di bilancio: non un valore a piacere, ma quello che azzera la plusvalenza.
Discostandosene, la Juve ha violato una norma di buona tenuta dei conti che non è detto costituisca reato e neppure violazione delle norme di giustizia federale. I principi internazionali (IFRS) hanno una logica: l’impalcatura su cui poggiano mira a rinviare prudenzialmente al futuro qualsiasi utile che risulti incerto (fino al momento in cui diventa certo) e di anticipare qualsiasi costo. La plusvalenza è un rinvio di costi al futuro oppure – se volete – un anticipo di ricavi per niente certi, perché al giocatore ricevuto nell’operazione di scambio si attribuisce un valore altissimo non dimostrato da uno scambio di mercato, ma da un accordo di convenienza.
Procura Figc: "Riapriamo processo plusvalenze Juve e altri"
Molti club hanno fatto plusvalenze finte o gonfiate, spesso con operazioni spot, ma è innegabile che la Juve abbia fatto delle plusvalenze un autentico sistema con cui coprire buchi di una gestione spericolata. Che inseguiva la competitività internazionale colmando deficit di ricavi grazie a massicci spostamenti di costi al futuro. Tutti potrebbero farlo a condizione che l’azionista possa, prima o poi, coprirne i buchi ma questa risorsa – e qui sta l’alterazione dell’equilibrio competitivo – non è a disposizione di tutti. La Juve ci ha mantenuto rose eccessive, esorbitanti e migliori dei concorrenti senza averne i ricavi.
Non sarebbe corretto anticipare sentenze ma da questa vicenda il calcio deve adottare contromisure, per rendere i suoi conti credibili prima che arrivi la giustizia. Una sarebbe imporre ai club una politica valutativa mutuata dai principi internazionali, azzerando di fatto le plusvalenze se conseguite senza cash. Si può fare, perché i club hanno già obblighi speciali nella redazione dei bilanci come, ad esempio, di esporre in una tabella i movimenti della rosa.
Si potrebbe imporre gli standard internazionali ai club di Serie A: sarebbe una rivoluzione culturale perché gli IFRS seguono una logica basata sul fair value (cioè sul valore reale di mercato) mentre quelli nazionali sono ancorati al costo storico e consentono distorsioni.
Ma la soluzione principe, quella che toglierebbe ogni dubbio, sarebbe liberarsi degli ammortamenti. Spesare l’acquisto di un cartellino come costo, nell’anno in cui si effettua. La plusvalenza sarebbe piena all’atto della cessione e il valore formato nello scambio dei calciatori sarebbe un flusso trasparente, non alterabile. Ne gioverebbe anche il modello di business dei club, sgombrando l’equivoco di considerare investimenti gli acquisti dei giocatori che dovremmo tutti abituarci a trattare come costi da coprire con ricavi, non con la prodigalità degli azionisti.
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