
Gatti e la Juve operaia
Un giocatore su tutti: Federico Gatti. È lui l’eroe della serata. Della vittoria della Juventus per 2-1 sul Psv nell’andata dello spareggio per gli ottavi di Champions. Perché è dura cambiare il Dna di una squadra. Nemmeno Giuntoli e Thiago Motta possono riuscirci. Anche se si stanno impegnando molto (e non è un complimento). La Juventus o è operaia o non è. È una scritta che dovrebbe campeggiare all’ingresso dello Stadium. Lo ha dimostrato nelle migliori (pochine, va detto) performance di questa stagione. E lo ha confermato ieri sera contro il Psv. L’anima della Juventus sono stati gli “operai”: Gatti, McKennie, Locatelli. Cui va aggiunto Weah protagonista di improvvise ed entusiasmanti fiammate. E Mbangula entrato nel secondo tempo al posto del fiorettista Yildiz e autore del gol vittoria. Non era serata per fiorettisti. Si è adeguato anche l’ultimo arrivato Veiga: la sua esultanza nel finale è la foto della Juventus. Del carattere della Juventus.
Riavvolgiamo il nastro. E ricordiamo che nei momenti più complicati, nel primo tempo, è sempre stato Gatti a suonare la carica con strappi in attacco. A qualcuno ha ricordato Torricelli, altro “operaio” della Juventus di Lippi. Ha messo lo zampino in entrambi i gol. Il primo è nato da uno di questi strappi, figlio della forza di volontà e non di una particolare idea di gioco. Gatti ha suonato la carica come un generale. Prima, ha crossato forte e teso come insegnano a scuola calcio. E poi, non contento, è rientrato nell’azione e di testa ha appoggiato indietro a McKennie, l’uomo che in estate era pronto per l’uscita. L’americano era stato parcheggiato, in rampa di lancio per chissà dove. Ieri sera è stato lui ad avventarsi su quel pallone e a spedirlo in porta con una botta violentissima. Il secondo gol, con affondo di Conceiçao e tocco di Mabngula, è nato ancora una volta da Gatti che ha ostinatamente voluto portare il pallone in avanti.
La Juve operaia non è un modo di dire, non è un esercizio retorico. Fu componente importante della politica industriale della Fiat che in pieno boom, con Torino meta degli emigranti provenienti dal Sud Italia, decise di fare lo stesso con la Juventus. In modo da favorire il processo di immedesimazione oltre che di integrazione. Arrivarono così gli Anastasi, i Cuccureddu, i Furino. L’operaismo è patrimonio genetico di questo club ed emerge sempre nelle occasioni importanti. È accaduto anche a Lipsia così come nella vittoria sul Manchester City, sempre in Champions ovviamente.
I miracoli non esistono, la Juventus è più o meno quella di sempre. Squadra volenterosa, che non ha le idee chiarissime. E non ha nemmeno tanti campioni. Anzi, pochini. Un potenziale campione, Yildiz, Thiago Motta l’ha fatto uscire all’intervallo. Non aveva fatto granché, va riconosciuto. Mbangula era più adatto alla serata. I fatti hanno dato ragione al tecnico. Non bisogna esaltarsi però va registrata la terza vittoria consecutiva. Non è affatto male di questi tempi. Va ricordato che l’1-1 l’ha segnato Perisic, ex interista. Perché domenica sera c’è la partita che tutto il popolo juventino aspetta: Juventus-Inter. Una vittoria cambierebbe la stagione di Thiago Motta. Non sembra un ragionamento da Juve ma i tempi sono cambiati.
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