Retroscena Tudor, dai risultati a quei duri affronti al club: perchè la Juve ha deciso di esonerarlo
TORINO - Una notte di riflessione, poi la sterzata. Erano le 12.43 quando la Juventus ha comunicato l’esonero di Igor Tudor, chiudendo dopo 24 partite (10 vittorie, 8 pareggi e 6 sconfitte) e 218 giorni l’avventura del tecnico croato sulla panchina bianconera. Un’avventura che si è rivelata un fallimento, il secondo che si vive alla Continassa nello spazio di pochi mesi, visto che l’era Tudor era iniziata a fine marzo con il tramonto del progetto Thiago Motta. La Juve si era affidata così a uno juventino per risollevarsi, seguendo anche l’umore dei tifosi che chiedevano “uno di loro” al timone. Igor, d’altra parte, ha vissuto in bianconero otto stagioni da calciatore (1998-2005 e 2006-2007) con due scudetti e due Supercoppe italiane in bacheca, e una da vice allenatore con Pirlo nel 2020-2021. Tudor è stato capace di toccare subito le corde giuste, ha raccolto la squadra in un “buco nero” e l’ha portata alla qualificazione in Champions, realizzando la missione per cui era stato chiamato. Un traguardo che ha reso automatica la conferma per l’attuale stagione.
Tudor, l’etichetta da traghettatore
Da traghettatore a comandante in capo, insomma. Con un però: la Juve si era riservata la possibilità di cambiare ancora, entro lo scorso 30 luglio, e scegliere un altro allenatore pagando una penale per uscire dal contratto. Ecco spiegate le idee di arrivare a Conte e a Gasperini, assalti entrambi falliti. Pochi giorni prima, la Juve aveva conquistato faticosamente la qualificazione in Champions a Venezia e nel post partita Igor aveva parlato chiaro: «Andare al Mondiale per club senza essere confermato non sarebbe giusto». I problemi nella ricerca del sostituto, la povertà di alternative credibili, i vincoli di bilancio da rispettare e il Mondiale alle porte alla fine hanno convinto la Continassa a confermare Tudor. L’impressione però è che non tutti fossero convinti al 100%. Non certo Damien Comolli, nuovo dg e poi ad, che non ha mai sentito sua la scelta del tecnico.
Tudor, pesano anche le interviste scomode
Negli Usa la Juve fa il suo (ottavi di finale e 28 milioni di guadagni) poi inizia la stagione con tre vittorie di fila in campionato e la grancassa della rimonta sull’Inter. I problemi però affiorano: il mercato senza i rinforzi desiderati, squadra senza identità, confusione tattica e risultati che vengono meno. Tudor cambia in continuazione formazione, con Comolli i rapporti diventano freddi e nell’ultimo periodo gli scivoloni sono anche dialettici. Ed è proprio questo l’inizio della fine. Piccolo compendio. Lo sfogo di Verona contro gli arbitri e contro la Lega sui calendari. La puntura alla società attraverso il pizzico d’invidia per il collega Fabregas che a Como «ha scelto tutti i giocatori» sul mercato. Il nuovo sfogo al Bernabeu sul calendario «da pazzi» compilato «da algoritmi» (chiaro riferimento a Comolli, cultore della materia). «Se avessimo giocato contro la Cremonese e non contro il Milan, saremmo primi in classifica». Parole che hanno infastidito non poco la dirigenza della Continassa. Ragionamenti non da Juve, non da grande squadra. E in campo una crisi senza fine. Così, dopo la sconfitta con la Lazio, c’è stata la notte di riflessione da parte del club, con l’intervento della proprietà, di John Elkann, che ha portato all’addio.
