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Speciale Lazio: Nesta, una maglia da far sventolare alzando la Coppa

Speciale Lazio: Nesta, una maglia da far sventolare alzando la Coppa

La vicenda Bielsa ha stabilito il punto più basso del rapporto tra tifoseria e dirigenza. Eppure parliamo di una società che nella sua storia ha vissuto momenti emozionanti. Ecco un viaggio appassionante che serve a tutti, anche al presidente Lotito, per ricordarsi sempre cosa vuol dire “la lazialità”

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di Stefano Chioffi

domenica 17 luglio 2016 13:15

ROMA - Cinecittà, i banchi dell’istituto “Margherita Bosco”, la terza elementare, le prime partite di Alessandro Nesta nel cortile di via Giuseppe Messina, il papà ferroviere che paga trentamila lire e lo iscrive alla scuola-calcio vicino casa, visto che non voleva fare differenze con l’altro figlio, quello più grande, Fernando, al quale i medici avevano consigliato di praticare qualche sport nell’età della crescita. E poi la Lazio, i racconti del padre Giuseppe su Maestrelli e Chinaglia, storie così belle da sembrare favole nel suo immaginario, le mille avventure di quella squadra di cui sentiva parlare sempre, metro di paragone di una perfezione quasi sacra, il rito di “Novantesimo Minuto”, le figurine, gli album. Ma anche Francesco Rocca e la Roma, quel blitz dell’ex terzino al campo del Cinecittà e la voglia di portarlo in maglia giallorossa, dopo una relazione già presentata al presidente Dino Viola, pronto a pagare dieci milioni di lire per il cartellino: «A noi quanti soldi ci danno? Hai già detto di no, vero? Io sono laziale».

La domanda ingenua e un po’ preoccupata di Alessandro, quasi nove anni, che si interroga e cerca di trovare conforto nella risposta del papà, una vita di turni di notte davanti ai binari, sacrifici e fatica, sposato con Maria, nata a Collevecchio, in provincia di Rieti, dove ogni estate la famiglia trascorre le vacanze in compagnia dei nonni e dei cugini. La risposta negativa alla Roma, la telefonata del signor Giuseppe alla Lazio, il provino a San Basilio. Trecento bambini, l’intuizione di Felice Pulici e di Volfango Patarca, che decidono di tesserare quel difensore-centrocampista di Cinecittà insieme con un attaccante veloce ed elegante che si chiama Marco Di Vaio. Tanti lampi, un’immagine dietro l’altra, un collage di momenti, mentre il pallone scivolava nella porta del Milan, sotto la curva Nord. La stima di Zoff, l’esordio a Udine, la fiducia di Zeman, le Olimpiadi di Atlanta. «Una felicità immensa, ho rivisto la mia storia in pochi secondi», aveva confidato Alessandro Nesta nella notte della finale di Coppa Italia, era il 29 aprile 1998, il primo trofeo vinto dalla Lazio di Sergio Cragnotti: 3-1 in rimonta contro i rossoneri. E lui, il ragazzo di Cinecittà, dopo il gol del trionfo, si era soffermato a ricordare con una serie di flash il suo percorso, gli incroci di quella prima parte della carriera. Laziale per scelta, Alessandro Nesta: suo il marchio su una vittoria che i tifosi aspettavano da tanto tempo, l’ultima gioia era distante ventiquattro anni. E lui non era ancora nato: una festa legata allo scudetto, all’impresa di Maestrelli, ai 24 gol di Chinaglia, alle parate di Pulici, agli assist di Frustalupi, alla genialità di D’Amico.

Quasi settantamila persone allo stadio Olimpico, la gara d’andata persa per 1-0 con una rete di Weah al 90’, la finale di ritorno che prende la piega sbagliata dopo una punizione di Albertini. Ma poi ecco la magia, i dieci minuti più esaltanti, l’immaginazione che si trasforma in realtà, in un capolavoro, tra il 55’ e il 65’: il gol di Gottardi, il rigore di Jugovic, il 3-1 di Nesta. Colpi di scena che aprono l’epoca d’oro della Lazio di Cragnotti e di Eriksson. Quella maglia desiderata, voluta, inseguita. Emozioni e foto da collezione: la Coppa delle Coppe, la Supercoppa Europea, lo scudetto, le Supercoppe italiane, un’altra Coppa Italia, la fascia di capitano. Nesta rappresentava la lazialità, il senso di appartenenza, era maturato presto, anche grazie alla saggezza di Mimmo Caso, suo allenatore nella Primavera: insieme avevano conquistato il tricolore nel 1995 battendo il Perugia (1-0, gol di Iannuzzi). Facevano parte di quella squadra anche Di Vaio e Franceschini. Un vincolo di riconoscenza, verso Caso, che Nesta sottolineava spesso.

Dal provino a San Basilio alla Lazio delle meraviglie. Faticava, almeno all’inizio, a comprendere le mutazioni del calcio, gli intrecci con il mondo della finanza, la logica delle plusvalenze, il girotondo di acquisti e cessioni. Lui, la sua decisione, l’aveva presa. E se fosse dipeso da Nesta, avrebbe proseguito la carriera nella Lazio, anche a costo di rinunciare a qualche trofeo. Non ebbe la sfrontatezza, il 31 agosto del 2002, dopo quella telefonata dei dirigenti che gli comunicavano il passaggio al Milan, di raccontare subito la verità. «Se non ti vendiamo, non possiamo iscriverci al campionato». La gente si stava recando allo stadio Olimpico, era in programma l’amichevole con la Juventus. Nesta al Milan e Crespo all’Inter: si era chiuso così, il mercato della Lazio, scoprendo le carte di una crisi che aveva superato i livelli di guardia. Il capitano avrebbe voluto salutare i tifosi: un giro di campo, il modo di ringraziare e di spiegare, perché aveva dato e ricevuto tanto. Gli fecero notare, però, che quella sua idea avrebbe messo in grave difficoltà la società. Una rinuncia che gli brucia ancora, perché quel silenzio sembrò quasi indifferenza: generò equivoci e crepe, anche se il tempo è servito poi a inquadrare ruoli e situazioni. «Una volta che smetterò, mi piacerebbe lavorare qui con i giovani», ripeteva con la sua semplicità, quando pensava che il suo futuro non sarebbe mai stato lontano da Roma. Stile, rispetto, educazione. Ora allena a Miami, ma la Lazio gli manca: non l’ha mai considerata una storia finita.

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