
Lazio, promesse e realtà
Un’estate senza mercato è come un matrimonio senza il prete. Hanno provato anche questa pena i tifosi della Lazio, fedeli quanto pazienti stando ai trentamila abbonati, sugli spalti a sbertucciare Lotito e a soffrire per la squadra. La vecchia squadra, identica a quella dell’anno scorso. Un’esperienza nuova per i sostenitori di ogni età, non c’è l’assenza di un mercato nella memoria dei calciofili più incalliti.
Senza andare a rivangare - per carità di patria - sui perché e percome tutto ciò è accaduto, le attenzioni sono ora rivolte al mercato di gennaio, detto non a caso di riparazione. Lotito promette due acquisti. Per i famosi equilibri economici, il presidente è il primo a sapere che non può sgarrare, spendi dieci se incassi dieci, non puoi vendere una Panda e comprare una Ferrari.
Per questo Sarri tiene in caldo Insigne, che costa niente se non lo stipendio del calciatore.
È inutile sognare giocatori di rilievo, ma neanche giovani di prospettiva. Nonostante il panorama sia cupo. La Lazio ha raccolto il minimo dalle prime sei giornate. Il minimo dei punti considerando i campionati del nuovo secolo. Sette punti come nel ’23/24, poi sempre doppia cifra, con la vetta dei 16 nel 2010-11 quando al comando di Edy Reja la Lazio collezionò cinque vittorie e un pareggio. Una Lazio senza fenomeni, con Ledesma, Hernanes e Rocchi in copertina (si classificò quarta).
Proprio come la Lazio di oggi. Scordiamoci i mercati dorati dell’era Cragnotti, quando vendeva Casiraghi e comprava Veron, vendeva Jugovic e comprava Salas. Nell’estate del 1998 il presidente spese 134 miliardi incassandone 58. Oltre a Salas arrivarono Mihajlovic, Couto, Conceiçao, Vieri. Stava nascendo un pezzo di scudetto. Vabbeh, ma stiamo parlando di Marte.
Tornando con i piedi in terra troviamo non solo l’impossibilità di spendere anche spiccioli, ma anche forti dubbi sul mercato invernale. I migliori acquisti di gennaio della storia moderna si chiamano Floccari, Biava, Dias. Sempre per carità di patria cerco di evitare l’elenco dei flop di gennaio. Ma non ci riesco: Kakuta, Pereirinha, Hitzlsperger, Musacchio, Gonzalo Barreto e un’altra ventina di giocatori buoni neanche per le figurine.
Dunque, caro Sarri e carissimi aquilotti, mettetevi il cuore in pace. La Lazio è questa e questa resterà. È pur sempre la squadra che lo scorso anno ha tenuto testa alle migliori e guidato la classifica davanti a 35 club dell’Europa League. Giusto sostenerla.
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