Lazio, Lotito non faccia Nerone

Una doverosa riflessione del direttore Zazzaroni sulla condizione attuale della Lazio e del suo contestato proprietario
Ivan Zazzaroni
5 min

Esiste una forma di distruzione che non nasce dall’errore occasionale, né dall’incapacità, ma dalla perseveranza. È quella di chi - pur avendo la responsabilità di custodire un bene - sceglie giorno dopo giorno di indebolirlo, non per necessità ma per ostinazione, non per mancanza di alternative ma per l’impossibilità - o il rifiuto - di immaginare un futuro che non coincida con il proprio.

La Lazio vive da tempo questa condizione. Non un crollo improvviso, ma un progressivo svuotamento: dei migliori giocatori, delle ambizioni. Dei sogni. Una lenta erosione giustificata con termini quali sostenibilità, prudenza e equilibrio finanziario che smettono tuttavia di essere virtù quando diventano rinuncia sistematica.

La storia e la letteratura conoscono bene la figura del custode che preferisce conservare il possesso anche a costo della rovina di ciò che “possiede”.

Ettore Petrolini nel suo Nerone, pezzo di straordinaria comicità e raffinata provocazione, ne colse quasi un secolo fa l’essenza con feroce lucidità: l’imperatore non distrugge Roma per odio ma per narcisismo, non per follia ma per incapacità di farsi da parte. Roma brucia mentre Nerone resta al centro della scena, convinto che senza di lui nulla possa davvero esistere.

Il parallelo non è storico né teatrale: è morale. Quando una società sportiva viene privata con regolarità dei suoi elementi migliori; quando ogni stagione riparte più da ciò che è stato smantellato che da ciò che è stato costruito; quando l’orizzonte si riduce alla semplice sopravvivenza, il problema non è più tecnico o contingente. È una distorsione del concetto di potere.

La Lazio non è un bilancio da tenere in equilibrio diminuendone progressivamente le ambizioni. È una comunità sportiva e identitaria che vive di competitività, riconoscibilità, prestigio, slancio. Ridurla significa snaturarla, anche se i conti tornano. Perché non tutto ciò che è economicamente sano è sportivamente vitale, e quando lo scarto diventa strutturale il danno è irreversibile.

Il nodo non è la cessione di un singolo giocatore. Il nodo è il messaggio trasmesso: ovvero che l’obiettivo non è crescere ma resistere, non costruire ma galleggiare; non valorizzare, ma mantenere il controllo. In questa logica la squadra non è un progetto, ma un organismo da tenere sotto soglia: abbastanza vivo da esistere, mai abbastanza forte da emanciparsi.

Qui l’ostinazione diventa colpa. Perché chi guida può sbagliare, ma non può insistere fingendo che sia virtù. Può difendere la propria posizione, ma non a spese del bene che amministra. Quando accade, la distinzione tra interesse personale e bene comune svanisce.

Petrolini faceva dire implicitamente al suo Nerone: «Io sono Roma». È una frase terribile, perché segna il punto in cui il capo smette di essere custode e diventa prigioniero del proprio ruolo e del proprio io. Da lì in poi ogni critica è un affronto, ogni alternativa una minaccia, ogni ipotesi di passaggio di mano un tradimento.

La Lazio non sta crollando: si sta impoverendo. Di talento, ambizione, prospettiva. Ed è un processo silenzioso, dunque più pericoloso: non produce il disastro immediato, ma abitua alla mediocrità, la rende normale, persino difendibile.

Un grande club non muore quando perde una partita o un campione. Muore quando chi lo guida preferisce restarne proprietario e non garante. Quando la permanenza al comando diventa più importante del valore di ciò che si comanda.

Nel Nerone di Petrolini Roma bruciava mentre l’imperatore suonava la lira (non c’era ancora l’euro). Qui non ci sono fiamme, ma qualcosa di più grave: una grande storia che viene consapevolmente ridotta, stagione dopo stagione.

E a quel punto non si tratta più di gestione. Si tratta di responsabilità storica.

No, non commetterò l’errore di invitare pubblicamente Lotito a vendere la Lazio - curiosamente, come Nerone, si chiama Claudio -: questa è solo un’onesta riflessione sulla condizione attuale e sulle prospettive a breve e medio termine della squadra, oltre che del tifoso laziale.

Di dissenso non si muore. Ma nel calcio il dissenso, soprattutto quand’è radicato, non prevede il ritorno al consenso. Inoltre non si può soffocare. Quando vorresti soffocare o ignorare il dissenso - secondo Fausto Cercignani, un poeta - ricordati di quante volte hai dissentito.


BIANCOCELESTE TUTTO L'ANNO! Abbonati per 3 mesi a 19,90€ e ricevi GRATIS A CASA TUA il Calendario Ufficiale 2026 dalla S.S.Lazio © RIPRODUZIONE RISERVATATutte le news di Lazio