Lazio, dal Nasdaq allo stadio vuoto
È la Lazio delle contraddizioni: dal Nasdaq all’Olimpico deserto. Sette mesi a specchiarsi sui soliti argomenti da propaganda: l’equilibrio dei conti, la sostenibilità, le plusvalenze, l’ironia sui bond e sui debiti degli altri club, la centralità di Sarri, la lettera del 21 agosto ai trentamila abbonati, la vetrina americana come certificazione di progresso. Ma sotto questa superficie la narrazione si sfalda. La sostanza racconta l’opposto: una squadra indebolita, un allenatore ridotto a figura esecutiva e ai margini delle scelte di mercato, impegni disattesi che hanno logorato il rapporto con i tifosi, pronti a disertare lo stadio anche sabato 14 contro l’Atalanta.
La contestazione dei tifosi è una denuncia e un atto di amore
Un vuoto che non è soltanto protesta: è una denuncia, ma anche un atto di amore, l’ultimo gesto per responsabilizzare una società che ha smarrito ambizioni e prospettive. Una Lazio sospesa tra la retorica della virtù e la realtà del ridimensionamento: dov’è finito il fascino che aveva attratto campioni come Klose e Lucas Leiva? Raspadori sceglie Bergamo, Timber preferisce il Marsiglia, Toth firma per il Bournemouth. Chi resta a Formello avverte che il vero nemico è un presente piatto. Si percepisce un salto all’indietro, una revisione al ribasso degli obiettivi, perché questo radicale restyling non ha una geometria precisa.
Lazio tra scouting, rinunce e paradossi
È la Lazio dello scouting, delle rinunce e dei paradossi. Ha ripetuto da giugno che non ci sarebbe stato bisogno di cedere. Veniva definita da Lotito un esempio di stabilità finanziaria e risultati. Poi gennaio si è aperto con due partenze: Castellanos e Guendouzi. Il francese non è stato sostituito. Non per una valutazione tecnica, ma per un’assenza di visione. Non si è ritenuto necessario consegnare a Sarri un centrocampista dello stesso peso specifico. Taylor è la mezzala sinistra che mancava dal periodo di Luis Alberto. Ora la lacuna si è creata a destra. Tamponata da Basic, che fino a metà settembre era fuori lista. Quello che ieri veniva ritenuto contorno oggi è diventato indispensabile. Febbraio ha certificato ciò che era già evidente: i costi si sono ridotti ulteriormente, senza alcuna crescita. Sono diminuite le certezze e sono aumentate le scommesse.
Le incognite sul futuro di Sarri
Sarri chiedeva qualità. Non ha potuto incidere sulle decisioni. Gli è stato ricordato che è un dipendente. Non esiste una progettualità condivisa: l’autonomia dell’allenatore non è negoziabile, ma nemmeno riconosciuta. I 32 punti in campionato e il quarto di finale in Coppa Italia sono un suo patrimonio esclusivo. Il contratto triennale resta un vincolo formale, non è una garanzia sostanziale. La Lazio sta mettendo a rischio il rapporto con l’unica figura che, per prestigio e competenza, può guidarla fuori da una fase complessa. Insegue soluzioni senza un’idea. L’impronta dichiarata è quella di puntare sugli under 25: Taylor, Ratkov, Maldini, Przyborek e Motta. Ma per luglio sono già stati prenotati Pedroza (1996) e Diogo Leite (1999). Tracce che si sovrappongono, verità che si capovolgono.
Il caso Romagnoli emblematico
Il caso Romagnoli è una sintesi impietosa. La Lazio trova un accordo con l’Al-Sadd, poi chiede al difensore di scendere in campo a Lecce, con la promessa di lasciarlo partire subito dopo per il Qatar, nonostante il parere contrario di Sarri. Lo saluta sui canali ufficiali. La mattina seguente arriva il comunicato da Formello: “non è mai stato in vendita”. Poche ore più tardi la trattativa viene riaperta. L’affare salta per tre mensilità arretrate. È la rappresentazione plastica di una società disorientata, che trascura dialogo e diplomazia. Lotito ha trasformato lo scontro in metodo. Lo strappo con la federazione. Le tensioni con gli arbitri, prima difesi ufficialmente smentendo le critiche di Sarri e poi messi sotto accusa. I messaggi trasversali all’allenatore su chi comanda. I divorzi polemici con giocatori e procuratori. La frattura con i tifosi. Il mare mosso è una costante nella gestione di Lotito, ma un club non è solo un’azienda. È un patto. Produce un bene immateriale e decisivo: il sentimento di una comunità.
Non si può vivere soltanto di player trading
Negli ultimi anni la Lazio ha cambiato direzione più volte senza sposarne mai una in modo profondo. La convivenza breve e difficile con Tudor, l’investitura di Baroni e il richiamo alla fisicità del calcio europeo, il riferimento ai modelli di Atalanta, Feyenoord e Bayer Leverkusen. Poi il ritorno di Sarri, quindici mesi dopo le dimissioni, senza spiegargli che il mercato di giugno era stato bloccato per una serie di irregolarità. Il cerchio non si chiude mai. Si rincorre una soluzione, non si costruisce una strategia. Queste rivoluzioni culturali hanno bilanciato i conti, ma hanno ristretto l’orizzonte. In sette mesi, tra acquisti e cessioni, sono rimasti in cassa quasi cinquanta milioni. Soldi che non bastano a giustificare una squadra meno competitiva e non cancellano la memoria dei patrimoni perduti dal 2023. La Lazio non può vivere soltanto di player trading.
