Lazio-Atalanta, esserci o non esserci

Lazio-Atalanta, esserci o non esserci

Leggi il commento del direttore del Corriere dello Sport-Stadio
Ivan Zazzaroni
4 min

Esserci o non esserci , questo è il dilemma: se sia più nobile nella mente soffrire colpi di fionda e dardi d’atroce fortuna o prender armi contro un mare d’affanni, opponendosi, por loro fine? Morire, dormire… nient’altro, e con il sonno (della presenza) dire che poniamo fine al dolore del cuore e ai mille tumulti naturali di cui è erede la carne: è una conclusione da desiderarsi devotamente. Morire, dormire. Dormire, forse sognare.

Sì, qui è l’ostacolo: sognare. Perché alla Lazio il sogno è diventato il frutto proibito.

Esserci o non esserci, il 4 all’Olimpico per Lazio-Atalanta? Insistere nella protesta bianca oppure cedere per sostenere la squadra, esclusivamente la squadra?

Sembra che i tifosi - 28mila abbonati non sono la Nord, sono anche la Nord - abbiano deciso di andare avanti, lotta dura senza paura: se ne conoscono da troppo tempo le ragioni, non si sa fino a quando durerà però.

Lotito ripete che, a differenza dell’altro presidente contestato, Cairo al Toro, non ha alcuna intenzione di vendere e che, oltretutto, al momento non s’è presentato nessuno con qualcosa di serio.

Se l’Assenza dovesse protrarsi a lungo, la società rischierebbe parecchio sul piano economico, oltre che su quello finanziario, ed è pensabile che possa impoverirsi ulteriormente.

Lotito potrebbe tentare - ripeto, tentare - un riavvicinamento soltanto investendo milioni, rafforzando squadra e società e offrendo un’ipotesi di sogno. Non sembra in grado di farlo.

Ieri, con una lettera, ha invitato “studenti, docenti, personale ATA e rispettivi familiari” ad assistere gratuitamente alla semifinale di coppa Italia. Un’iniziativa che assume un significato provocatorio nell’inverno dei vuoti voluti: non mi sorprende che la Lazio si sia affrettata a segnalare che si tratta di una prassi consolidata. Che non porta benefici poiché, come ha postato un laziale dop, richiamandosi al filosofo spagnolo José Ortega y Gasset, esiste una differenza sostanziale tra il riempire uno spazio e fondare una comunità. Il primo è un esercizio organizzativo; la seconda è un fatto morale.

Nel calcio moderno l’immagine è diventata moneta corrente: lo stadio colmo rassicura, la fotografia convince, il numero consola. Ma il numero, da solo, non argomenta. L’adesione autentica non si ottiene per convocazione. Non è e non può essere un’elemosina. Non è e non può essere carità pelosa. Non è e non può essere una messa in scena, come in Capricorn One, per chi ha l’età per ricordarlo: la luna va conquistata mettendo il piede sulla superficie. Alla Lazio, il pianeta che verrà è in una galassia al momento sconosciuta. E non lo si scoprirà con un trucco o con un effetto speciale.

Nicolò Machiavelli ricordava che il consenso che non nasce da convinzione è instabile per natura. E Tacito osservava come il favore simulato sia il più fragile dei sostegni: apparentemente solido, intimamente vuoto.

Anche nel calcio vale la stessa regola. L’ingresso distribuito può generare presenza; non necessariamente genera fiducia. Il tifoso che paga compie un atto di scelta. Il tifoso invitato compie un atto di cortesia. E tra scelta e cortesia corre la stessa distanza che separa una comunità da una platea.

Nel gesto (ah, la prassi) di Lotito si avverte un senso di insostenibile solitudine.


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