
Lazio, in coppa serve l’esatto opposto
Il calcio come ai tempi del Covid. Qualche spettatore in più, ma stessa tristezza. Non un coro, non un canto, men che meno un boato, appena qualche applauso quando hanno segnato Simeone e Zapata. Nell’Olimpico Grande Torino, come sarebbe accaduto nell’Olimpico di Roma, curve vuote, un silenzio che turba e trasforma lo stadio in un acquario. Qui era in programma il derby delle contestazioni presidenziali, l’ha vinto Cairo su Lotito. Tre punti che il Toro ha conquistato quasi senza soffrire, se togliamo l’ultimo quarto d’ora, tant’è vero che per il suo debutto D’Aversa non poteva chiedere di meglio. Si è trovato davanti un avversario morbido, spento, un po’ trasandato e preda di un’involuzione preoccupante. L’analisi di Sarri, a metà secondo tempo, era sintetica ma precisa. Si è girato verso la panchina e allargando le braccia ha detto: “Loro sono troppo più vivi di noi”.
Era sconsolato. Stavolta non c’era nemmeno la scusa di giocare in uno stadio quasi deserto, o meglio, lo stadio era sì vuoto nelle curve, ma era il Torino il padrone di casa, per la Lazio poteva essere addirittura un vantaggio, invece i granata non ne sono stati condizionati. La prima scelta di D’Aversa ha pagato subito e bene: ha messo insieme Simeone e Zapata e il Toro ha vinto con i loro gol. Non si è fatto apprezzare per il gioco, ma per il carattere sì. Arrivava da un punto nelle ultime tre partite, ieri si è approfittato della tenerezza dei suoi avversari ed ha fatto un bel salto in classifica con un successo che lo spinge un po’ più lontano dalla paura. Per la Lazio è un’altra storia. Di paura, almeno per ora, non se ne può parlare a Formello, con 34 punti resta incollata a metà classifica. Semmai deve preoccupare il modo fiacco e molle di giocare una partita come questa. Ieri è stata in campo sbagliando molto sul piano tecnico, sia con la palla che senza. Basta prendere il primo gol del Toro, incassato con un paio di errori madornali, come esempio. Il primo sbaglio è stato di Provstgaard che, sul cross di Coco, si è fatto fregare dalla spizzata di Simeone: il danese è alto un metro e 94, l’argentino uno e 80, quattordici centimetri regalati. Il secondo, più leggero, va inquadrato nella morbida chiusura di Romagnoli sul tiro rallentato di Zapata.
Il terzo incomprensibile errore è stato di Luca Pellegrini che sulla deviazione di Romagnoli, invece di avventarsi sul pallone e cacciarlo via, ha aspettato il Cholito cercando di fare scudo col corpo. Per restare ai centimetri, Pellegrini è un metro e 78, capiremmo se fosse Bisseck ad aprire le ante per farci rimbalzare Simeone, ma lui no. Poco movimento senza palla, poca spinta dei terzini, poca energia, mai una seconda palla conquistata. Un paio di scuse ci sono, la testa già alla semifinale di Coppa Italia e la lunga lista di assenti, ma quello che sta facendo la Lazio in campionato dall’inizio di febbraio a oggi è troppo poco: quattro partite, due pareggi e due sconfitte con un gioco approssimativo. Ora a Sarri resta solo la Coppa e se dovesse arrivare in finale avrebbe reso una stagione sciagurata (non per colpa sua), iniziata col “tranello” dello stop sul mercato e proseguita con la furibonda contestazione a Lotito, in qualcosa da non buttare via del tutto. Però per riuscirsi, o almeno per sperare di riuscirci, contro l’Atalanta non può bastare la Lazio di ieri. Servirebbe l’esatto opposto.
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