© Getty Images Lazio, tristi e vuoti solo i tifosi
Sarri li vede tristi, svuotati, preoccupati per il futuro. Sulle prime, ascoltandolo dopo la brutta figura di Torino, ho pensato che si riferisse ai tifosi, non alla squadra. Perché i giocatori la tristezza collettiva non se la possono permettere, soprattutto in un momento come questo. Anche quelli del Toro stanno subendo la protesta del tifo e lo stadio deserto, ma domenica non mi sono sembrati affatto tristi e la partita l’hanno portata a casa.
Maurizio, bontà sua, non ha fatto la lista degli alibi - e di casini ne ha dovuti affrontare parecchi -, qualche stilettata l’ha però riservata alla società: ogni volta che apre bocca trasmette messaggi a Lotito che però non ha orecchie.
La Lazio ha davanti a sé un traguardo, la conquista della finale di coppa Italia, e sono poche le squadre che a inizio marzo hanno la fortuna, o il merito, di poter puntare a un trofeo. Oltretutto questa finale ha un valore superiore alle precedenti perché si colloca in una stagione complicatissima, quella della forte presa di distanza dei laziali dalla proprietà. Laziali che tuttavia saranno presenti fuori dall’Olimpico per sottolineare la propria vicinanza ai ragazzi tristi e allungare l’antidepressivo della passione più autentica. Un proverbio recita «triste chi non ha niente, più triste chi non ha nessuno». I giocatori della Lazio hanno i tifosi e devono avvertirne la presenza nell’assenza che è amore vero.
Nella storia recente della Lazio ci sono squadre che hanno legittimato la società quand’era a un passo dal fallimento, quando lo stipendio non correva, quando le promesse non venivano mantenute, quando lo spogliatoio era in fibrillazione e gli scontri tra giocatori e allenatore non erano all’ordine del giorno, ma quasi. Quelle Lazio avevano giocatori molto presenti a sé stessi, gente responsabile che non si abbandonava alla tristessa. Semmai alla rabbia.
