Motta, ma chi sei?
Senza il mercato. Senza un attacco decente. Senza i suoi tifosi all’Olimpico. Senza un momento di pace piena. Senza tanto, troppo. Senza un sogno. Ma con un portiere di 21 anni, piemontese doc, arrivato alla Juve a undici dalla Soccer Spartera di Biella e ritrovatosi titolare alla Lazio quasi per caso, il talento che ha deciso l’accesso alla finale di coppa Italia.
Prima di scriverlo attendo tuttavia la verifica al Var. Sono sfinito dalle incertezze e dalle svolte tecnologiche di una partita in quattro tempi, orribile per un’ottantina di minuti ma fantastica dal gol di Romagnoli in poi. Le emozioni si sono concentrate nella parte conclusiva: la paratona di Motta su Scamacca, un’altra esultanza interrotta, quella di Raspadori, e altri sospiri di sollievo, sempre laziali. Quando tutto sembrava finito, tutto è ricominciato. Una volta di più. Infine i rigori, quattro parati da Edoardo, l’eroe di una serata che non dimenticherà.
Una cosa, una, Lotito l’ha azzeccata anche quest’anno ed è il ritorno di Sarri al quale ha - sì - nascosto il blocco del mercato e qualche altro dettaglio meno influente, ma ha garantito la più ampia (...) libertà di azione e reazione. Per addolcire la pillola dei mancati acquisti gli ha addirittura allungato il contratto dopo pochi mesi con l’intenzione, immagino, di limitarne le uscite verbali.
Non c’è riuscito, naturalmente: Sarri è Sarri. Per tutta la stagione Mau ha preso appunti non solo in panchina e al momento giusto si è trasformato nel primo critico della società e di una stagione compromessa in partenza.
Mentre le contraddizioni lotitiane si acutizzavano e esplodevano nella protesta dei tifosi, Sarri è andato per la sua strada provando a ottenere il massimo da una rosa monca, povera di realizzatori, e da giocatori poco adatti alla sua idea di gioco. Idea che ha subìto correzioni e adattamenti in funzione dell’avversario, della praticità, del risultato minimo. Ieri Sarri non ha vinto col gioco, ma col cuore.
