Motta pararigori tra scienza e magia: dal foglietto con i tiratori alla tecnica ingannevole
Dietro al Grande Slam di rigori di Edoardo Motta, il portierino-portierone, c’è la scienza antica e moderna della parata. Uno studio meticoloso dei rigoristi e l’effetto psicologico. Non sono stati miracoli, è stato lui a incanalare i tiri dell’Atalanta. Almeno tre su cinque. I preparatori Nenci e Viotti prima della serie di penalty hanno incollato sulla borraccia d’acqua di Edoardo un foglietto con le abitudini al tiro dei rigori della Dea. Nomi e caratteristiche. Motta gli ha dato una sbirciata, è stato uno spunto. Al resto ha pensato lui nei panni di “distrattore”, attuando una specie di tecnica di persuasione. L’effetto psicologico è noto come priming e sta in questo: l’esposizione a uno stimolo influenza la risposta a stimoli successivi, crea associazioni mentali che possono influenzare le scelte. Gli ultimi tre rigori chiariscono il concetto complesso. Motta, prima che Zappacosta tirasse, ha alzato il braccio destro e l’ha tenuto alto, poi si è tuffato a sinistra, dove guarda caso è stato indirizzato il tiro. Quando s’è presentato Pasalic sul dischetto, Motta ha alzato il braccio sinistro e si è tuffato a destra. Dove ha tirato il croato. L’ultima parata su De Ketelaere: braccio destro alto e tuffo a sinistra. Proprio dove ha calciato il belga. I primi due rigori li avevano tirati Raspadori e Scamacca. Motta non ha preso il primo, aveva deciso di tuffarsi a sinistra, ha cambiato all’ultimo ed è stato spiazzato. Il secondo l’ha tirato Scamacca, a destra. Preso da Motta, senza il trucchetto. «Sui guantoni non ci sono segreti. Ce ne sono altri ma non posso dirli. Meglio tenerli nascosti», l’ammissione a metà del portiere della Lazio nelle interviste da trionfatore. Ha spinto tutti a frugare nei suoi segreti.
La maturità
Di portieri che hanno parato 4 rigori ce ne sono poco meno di dieci. Il più celebre forse è stato Helmut Duckadam in Steaua Bucarest-Barcellona, finale della vecchia Coppa dei Campioni, era il 1986. Ad agosto ci è riuscito Semper del Pisa proprio in Coppa Italia. Motta ha trionfato con la forza tranquilla della sua maturità, innata a 21 anni. E’ un portiere reattivo, esplosivo, alato. Deve migliorare e tanto, nelle prese e con i piedi, prerogativa di Sarri. Che sappia volare s’è visto ai rigori e ancora prima quando al 95’ ha deviato l’incornata di Scamacca in controtempo. E’ un modello pulito da ammirare, Edoardo. Ha un candore non comune tra i ragazzi di oggi. S’è visto dalla reazione che ha avuto dopo l’ultimo rigore, mentre veniva festeggiato dai compagni o durante le interviste, aveva un fare imbarazzato. E’ fiabesca la storia di Motta, che da bambino ha scelto di fare il portiere guardando Petr Cech, l’ex numero uno col caschetto per via dell’incidente del 2006 col Chelsea. Colpì la fantasia del piccolo Motta, chiese ai genitori di avere guanti e divisa. Le emozioni delle straordinarie parate di questo ragazzone sono elettrizzanti e commoventi. Flash che non accennano a spegnersi. Hanno un valore incalcolabile, hanno regalato l’11ª finale di Coppa Italia alla Lazio (la sesta di Lotito) e sono state euforizzanti per i tifosi, per troppo tempo depressi. Motta è la Lazio in cui credere. E’ l’Italia in cui sperare.
