Lazio, a Formello saldi tutto l’anno

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Ivan Zazzaroni
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Come in certe economie ristrette in cui si segna diligentemente ogni uscita e ogni entrata stando bene attenti a che le seconde non superino le prime, anche a Formello, nella famiglia laziale, si è costretti a far di conto.

Benvenuti al mercato a saldo zero, una specie di Mercante in fiera in cui al buio, tra un bicchiere e una fetta di panettone, si scambia la carta (il giocatore) con il vicino e ne si ottiene un’altra - uno vale uno, vi ricorda qualcosa? - sperando in un colpo di culo. Così vanno le cose dalle parti della Lazio ed è pacifico che, come ne Il Gattopardo, perché tutto rimanga com’è, è necessario che tutto cambi.  

Rispetto quindi ai malumori di Sarri, Gattuso potrà giocare con le figurine, ma con quelle del mercato secondario (scommesse, scarti, presunti crack) e riporre i sogni - o il loro succedaneo - nella raccolta dell’indifferenziata.  

I sogni, l’ho ripetuto decine di volte, nel calcio hanno un prezzo e un costo e prevedono un impegno economico - a star bassi - di decine di milioni che con ogni evidenza, dalle parti di Villa San Sebastiano, non hanno alcuna intenzione di sostenere. Si naviga così a vista, riempendosi la bocca di una parola, sostenibilità, che sembra pronunciata da un capo del governo in procinto di annunciare una manovra finanziaria lacrime e sangue, ma che con le ambizioni pallonare c’entra pochissimo. 

Chi produce spettacolo - il calcio dovrebbe esserlo, in qualsiasi contesto, e lo produce in una città famosa in tutto il mondo per le sue bellezze - deve tenerne sempre conto. Lotito non lo fa mai e non sappiamo dire se non lo faccia perché ha perso interesse nella vicenda, perché le casse piangono o perché - mentre i rivali storici hanno a disposizione fidi apparentemente illimitati - segna ancora, come la famiglia di inizio articolo, le entrate o le uscite nel suo inadeguato libretto dei conti in regola. Per carità, l’equilibrio è un valore. Ma come suggerisce Einstein, se vuoi stare in equilibrio devi muoverti. E la Lazio di Lotito è immobile da troppo tempo. Un biglietto, un abbonamento allo stadio o alla pay, non prevedono mai il saldo zero. Devi passare alla cassa, pagare, progredire. Sono piccole tasse necessarie per ricevere un servizio. Quel servizio oggi è scadente ed è scadente perché il periodo dei saldi, alla Lazio, dura ormai da anni e tutto l’anno. 

Ho fatto trenta, faccio trenta e non trentuno per rispettare alla lettera il saldo zero. E vedo che tra i laziali c’è chi non arriva neanche a ventinove. Nessun allarmismo, ma è tutto così prevedibile che anche l’amarezza per chi - come noi - si occupa quotidianamente delle faccende delle romane, è preceduta dalla fatica del perenne scoramento. Un’amarezza che non somiglia a una novità ed è figlia dell’assuefazione perché è da una vita che la Lazio fa mercati a saldo zero. È a saldo zero nella sua essenza, nella sua quotidianità, nella sua prospettiva esistenziale.  

La differenza rispetto al passato, se vogliamo trovarne una più o meno rilevante, è che negli anni scorsi qualche giocatore da vendere per ottenere le risorse indispensabili per gli acquisti, Lotito l’aveva. Mentre oggi può trattare soltanto Gila, Isaksen e Zaccagni, quest’ultimo reduce da una stagione molto negativa. Tre “asset” dai quali non si possono certo ricavare decine e decine di milioni, ma qualche spicciolo per partecipare alla ruota della fortuna.  

Saldo zero è la traduzione esatta di salto zero. La botta psicologica e il disincanto, ormai tatuato sotto pelle, il tifoso li avverte, li subisce, li introietta. E poi, come è ovvio - bisogna pur provare a tendere alla felicità - si disamora. La protesta, la rinuncia dichiarata, il ponte sul quale sventola bandiera bianca ha tante ragioni stratificate nel tempo e un solo padre (padrone). Come si fa ad andare avanti così? Come si fa a nutrirsi di solo rimpianto? Come si fa a ricordare, eternamente, che un giorno in questa squadra giocarono Salas, Stam e Veron? Non si può. E infatti, come nei film con Troisi, si è fatto silenzio. Un silenzio che fa ridere soltanto chi laziale non è. Un silenzio che sa di funerale.  


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