Milan, Icaro, il volo e le ali bruciate
Prima regola fondamentale per chi si occupa di sport: la riconoscenza non è un valore ma solo un nobile sentimento che può però condurre a qualche errore di valutazione. Nella storia mondiale del calcio italiano un esempio classico che torna alla mente è quello di Roberto Baggio, magnifico protagonista della fase decisiva del torneo americano 1994 giunto alla finalissima di Pasadena in condizioni fisiche molto precarie. «Quando massaggio non trovo più muscoli » confidó il fisioterapista azzurro dell’epoca al ct Arrigo Sacchi. Sapete benissimo come andò. Allegri è rimasto combattuto fino alla domenica mattina se confermare Estupinan, il magico eversore del derby, oppure puntare sul recuperato Bartesaghi più affidabile nel difendere su Isaksen che ha poi deciso il viaggio all’Olimpico. Là seconda lezione che il Milan si porta dietro dal malinconico esito della sfida con la Lazio è che questo gruppo squadra - al netto dell’assenza di Rabiot una sorta di porta fortuna e invece un equilibratore perfetto - deve essere un geloso custode della formula calcistica con la quale è arrivata a sedersi al secondo posto in classifica dietro l’armata interista. Tutte le volte che ha provato a esporsi, specie in partenza, alterando il piano partita tradizionale, ha rischiato di finire fuori strada. Capitó puntualmente anche al Milan di Fonseca e Conceicao sia pure con interpreti diversi dagli attuali che ne accentuarono gli squilibri tattici: appena concedevano spazio alle spalle, non avendo difese veloci ed esperte, subivano gol in quantità industriale e contavano su Thiaw e Theo Hernandez tra gli altri che oggi non ci sono più.
