Ecco la vera sfida di Seedorf al Milan
L'ex centrocampista dovrà rimettere ordine, dovrà portare il suo carattere e il suo carisma, dovrà farsi sentire da giovani (ed ex giovani) troppo capricciosi, forse perfino sopravvalutati. Tanto per fare nomi, dovrà far capire a Balotelli cosa rappresenta il Milan in Italia e nel mondo
MILANO - La mattina dopo una partita del Milan a Bruxelles, contro l’Anderlecht, Champions League 2007, sull’aereo che riportava a casa la squadra e i giornalisti incrociammo Carlo Ancelotti. Il Milan aveva vinto 1-0, gol di Kakà. «Hai dato un voto troppo alto al pantera». Di solito succede il contrario, l’allenatore rimprovera ai giornalisti voti troppo bassi, mai quelli generosi. In quel caso, però, Ancelotti aveva ragione. Al Pantera, come Carletto chiama Clarence Seedorf, avevamo dato 7,5, il voto più alto del Milan. Seedorf, quando giocava, ingannava. Anche quando non era nella sua giornata ideale, il suo modo di stare in campo trasmetteva alla squadra solo sensazioni positive, garantiva la risoluzione di molti problemi. Non era mai inutile, magari irritante, indisponente (c’è stato un periodo in cui San Siro non lo sopportava e lo fischiava al primo errore), ma giocava sempre pensando alla squadra. Quando invece stava bene, il suo livello tecnico e tattico era quello dei migliori centrocampisti della sua epoca. Era un giocatore di classe straordinaria, un numero 10 di un Milan fatto di soli numeri 10: Pirlo, Rui Costa, Kakà e Seedorf. Che un po’ ha sofferto l’idea di Ancelotti di spostarlo come interno del grande rombo milanista, ma proprio quella parte della sua carriera gli sarà utile nella nuova avventura. Seedorf doveva fare un passo indietro rispetto agli altri numeri 10 che giocavano nella loro posizione ideale, creando quasi un ruolo nuovo, un numero 8 che pensa come un trequartista e lavora come un mediano. Ha fatto una grande fatica visto che fra le sue virtù non c’è l’umiltà e se uno si considera bravissimo (perché lo era) deve lavorare forte su stesso per cedere il passo ad altri. E’ questo che deve ottenere dal Milan: migliorare la qualità ma aumentando la quantità. Il calcio di Seedorf era un prodotto compiuto, la somma di conoscenze europee raffinate dalla sua tecnica. Se riuscirà a mettere il suo calcio (e non se stesso) al centro del Milan, partirà nel modo migliore. Clarence ha lasciato il Milan nella primavera del 2012, ha vissuto i primi mesi della fine dell’impero, quando ciò che restava di quella squadra gloriosa era tutto racchiuso nella bacheca della vecchia sede di via Turati, mentre Milanello si riempiva di figure che in altri tempi avrebbero messo piede nel tempio solo nella veste di visitatori. Dovrà rimettere ordine, dovrà portare il suo carattere e il suo carisma, dovrà farsi sentire da giovani (ed ex giovani) troppo capricciosi, forse perfino sopravvalutati. Tanto per fare nomi, dovrà far capire a Balotelli cosa rappresenta il Milan in Italia e nel mondo. A volte abbiamo la sensazione che a questo ragazzo sfugga il senso delle cose. Ha cominciato anticipando il club, autonominandosi allenatore rossonero prima di ogni altro annuncio. Si troverà in mezzo a un Milan, inteso come società, che non conosce, che non è più quello di una volta, un Milan sdoppiato. Ora tocca a lui e alla sua squadra renderlo unico come una volta. Almeno in campo, anche se solo da allenatore..., ce la può fare.
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