Ancelotti esclusivo: «Devo tutto a Zidane»
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Ancelotti esclusivo: «Devo tutto a Zidane»

Quello che ancora non sapevamo su Carlo Magno. Una sera a tavola per raccontare di sé, del futuro e del tempo in cui il suo calcio cambiò

Prima di salire sul taxi che li riporterà a casa, Mariann si avvicina per confidarmi che «una nostra amica un giorno disse: “Carlo è Feng Shui, annulla le energie negative e porta ordine e armonia”». Capisco anche da questo che la serata è riuscita. La cena curatissima, il ristorante dell’hotel Romeo aperto apposta per noi tre, lo chef Salvatore Bianco e la sua brigata in forma Champions; dal decimo piano del palazzo che un tempo fu di Achille Lauro, il Comandante, il Golfo di Napoli è di una bellezza sfacciata. «Città sorprendente e bellissima» dice Ancelotti. «La viviamo totalmente, dal nostro terrazzo godiamo di una vista pazzesca». Qualche goccia di pioggia si schiaccia sulle vetrate, fuochi d’artificio in lontananza. Lui sfrutta l’assist, si gira verso la moglie e le fa: «Sono per te». «Abbiamo sempre scelto appartamenti in luoghi speciali» sottolinea Mariann, canadese di origini spagnole. «A Parigi avevamo la Tour Eiffel proprio di fronte, a Madrid la Puerta de Alcala». «Curiosità personale», abbozzo. Carlo mi blocca: «Hai ancora delle curiosità? Ma se mi intervisti da quarant’anni!». Ne ho più d’una. Vado.

A differenza del passato, l’arrivo a Napoli l’hai tenuto nascosto fino all’ultimo addirittura a Sacchi e a chi ti aveva portato al Bayern, Branchini. Temevi che avrebbero tentato di dissuaderti?
«Il motivo è uno solo: De Laurentiis era in piena trattativa con Sarri, non avevo alcuna intenzione di finirci in mezzo. Mi era stata chiesta la disponibilità nel caso in cui non avessero trovato l’accordo, l’avevo data. In quel periodo si erano fatti avanti ufficialmente solo la Nazionale e il Napoli. In Premier non c’era spazio e io volevo tornare ad allenare tutti i giorni. Napoli la soluzione perfetta. I contatti per me li ha tenuti un avvocato di Parma, Ziccardi. De Laurentiis l’ho incontrato per la prima volta il giorno che mi hai beccato nell’hotel di Roma quando stavo andando a firmare».

Ho letto che in passato vi eravate sentiti spesso.
«No, non spesso. E comunque per altre ragioni. Da Parigi l’avevo chiamato per parlare di Lavezzi e in seguito di Cavani».

Sacchi ci rimase male quando seppe che avevi fatto tutto senza prima consultarti con lui?
«Non penso, e comunque Arrigo mi telefona spesso, analisi della partita, suggerimenti, mi dà dei consigli. Io lo ascolto. Ascolto tutti. Anzi, no, ti dirò una cosa che non ho mai rivelato a nessuno: a volte faccio finta di ascoltare, in realtà sono nel mio mondo, dentro la mia cupola di vetro, immerso nei miei pensieri. Rifletto parecchio perché sono un tipo razionale, l’istinto non prevale mai nelle mie decisioni, nella mia vita ha un peso ininfluente. L’ignoranza non mi scatta mai. Il calcio mi ha insegnato a essere addirittura più paziente di quello che di natura sarei. La pazienza è una dote essenziale per chi fa il mio lavoro. Oltre all’equilibrio: non mi esalto quando vinco e non mi abbatto quando perdo».

Dei dogmi di Arrigo quando ti sei liberato?
«Di lui mai, di un certo tipo di calcio, sì, perché ho capito che non esiste un solo sistema, una sola verità, e si può vincere in tanti modi. Vuoi sapere quando è successo e grazie a chi?».

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