Reina: "Ho avuto paura, non respiravo più"

Pepe racconta il coronavirus: "Ne sto uscendo adesso. Il momento più difficile, i 25 minuti in cui mi mancò l’ossigeno". Poi il ricordo del Napoli: "Non mi sono mai divertito tanto come nei tre anni con Sarri. Un calcio così non lo rivedremo più. Riuscì a far andare tutti noi oltre limiti non solo tecnici"
Reina (Milan)© EPA
Ivan Zazzaroni

Ci mettiamo d’accordo per una videointervista con Skype. Pepe mi dice che preferirebbe whatsapp e spiega che «su Instagram la registrazione riesce benissimo». Non sono del tutto convinto, lo chiamo e quando, temendo di aver composto male il numero inglese, cerco la conferma - «Pepe, sei tu?» - mi risponde: «Iss’».

Ma come, in napoletano?
«Overo».

Eh, no: a questo punto non riattaccare.
Non riattacca. A Birmingham Reina si muove da settimane dietro una porta, quella di casa, stavolta è lei a proteggerlo: «Non esco da diciotto giorni».

Le uscite non sono mai state il tuo forte.
(Sorride) «Diciotto giorni oggi». 

Diciotto per nove, giusto?
«La compagnia non mi manca, siamo io, mia moglie Yolanda, cinque figli e i due suoceri. La casa è grande e la solitudine non vi ha accesso. Però isolato lo sono stato dopo aver accusato i primi sintomi del virus. Febbre, tosse secca, un mal di testa che non mi abbandonava mai, quel senso di spossatezza… L’unico spavento quando per venticinque minuti mi è mancato l’ossigeno, come se la gola si fosse improvvisamente ristretta e l’aria non riuscisse a passare... I primi sei, otto giorni li ho trascorsi chiuso in una stanza». [...]

Il tuo legame con l’Italia è sempre solido, nessuno ha dimenticato che lasciasti il Bayern per tornare a Napoli. Fu uno spot eccezionale per la squadra e la città.
«Napoli è la mia dimensione naturale, a Monaco me ne accorsi subito, mi resi conto che volevo una vita diversa, esattamente come quella che avevo lasciato. Aggiungici che al Bayern ero dietro a Neuer, la volontà di rientrare fu immediata… Non avrei potuto fare una scelta migliore, posso assicurare che non mi sono mai divertito tanto a giocare come nei tre anni di Napoli con Sarri».

Ma è vero che la prima volta te ne andasti per qualche dissapore con De Laurentiis?
«La verità è molto più semplice: il Napoli avrebbe dovuto riscattarmi dal Liverpool, non si trovarono i numeri e quindi dovetti cercare un’altra squadra. Fu il presidente a riprendermi. Che collettivo…».

Prego?
«Lo spirito con cui ci allenavamo e giocavamo, e la qualità del gioco di quel Napoli. Non vedremo mai più una squadra muoversi in quel modo. Sarri riuscì a portarci al di sopra di limiti e potenzialità. In quegli anni avete visto il miglior Koulibaly, il miglior Mertens, un Allan strepitoso, Albiol una guida formidabile, il contributo prezioso di Callejòn e Insigne. A un certo punto della seconda stagione sembrava che giocassimo a memoria. Non c’erano primedonne, ma grande disponibilità, e umiltà, il nostro leader era il gioco che ci aveva insegnato lui».

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