Napoli, oro Kvara: viaggio tra i segreti del suo calcio

Scuola georgiana, Brasile nei piedi, prova le giocate divertendosi: ecco perché piace a tutti
Napoli, oro Kvara: viaggio tra i segreti del suo calcio© LAPRESSE
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Andrea Antonioli

Kvaratskhelia in georgiano vuol dire, letteralmente, “carbone ardente”. Parola di Mamuka Kvaratskhelia, zio alla larga di Khvicha, che aveva promesso un calciatore capace di infiammare e strabiliare Napoli. Aveva ragione: il 77 azzurro, e non solo per Napoli, è stato un’epifania. Un giocatore unico che sembra venire da una contrada dove nessuno abita, da un mondo antico e sommerso. Kvicha Kvaratskhelia, ancora, è la dimostrazione che le scuole nazionali, tanto care a Gianni Brera, nel football esistono ancora.

Sì perché Zizì, come lo ha soprannominato De Laurentiis, è profondamente georgiano. Nasce a Tbilisi nel febbraio 2001, la capitale della Georgia: una Nazione di circa 3,7 milioni di abitanti, parte della grande Madre Russia e tutt’ora nell’orbita del Cremlino - come dimostrato dall’invasione del 2008 e dal conflitto in Ossezia del sud, con le forze armate di Mosca arrivate ad occupare Gori, 30 km da Tbilisi. Ma anche una Nazione con una particolarissima tradizione calcistica, in cui la globalizzazione pallonara non è ancora arrivata a uniformare talenti e stili di gioco. Kvaratskhelia è così unico, allora, così alieno, perché interprete e più nobile rappresentante della tradizione calcistica georgiana.



Una tradizione approfondita da Erik Scott nell’articolo scientifico “Soccer Artistry and the Secret Police: Georgian Football in the Multiethnic Soviet Empire”, nel quale ricostruisce la peculiarità del calcio georgiano, «uno stile di gioco unico, distintamente etnico» fin dagli anni 20 del secolo scorso: creativo, “meridionale”, quasi artistico, rivolto al Sudamerica - i calciatori georgiani erano chiamati addirittura i “Grandi uruguaiani” - e agli antipodi rispetto alla scientificità meccanica del calcio sovietico e del modello Lobanovskyi, per il quale «nell’eccellenza di un calciatore il talento incide per l’1% e il duro lavoro per il 99%». Ecco, ribaltando l’approccio sovietico c’è quello georgiano: individualismo contro collettivismo, improvvisazione contro programmazione, fantasia contro realismo (socialista). “Brasiliani del caucaso”, i georgiani, laddove il pallone è intimamente legato al Kartuli, danza tipica in cui è racchiusa l’eleganza e la “cultura del corpo” di questo popolo.

Da qui vengono le movenze di Kvaratshkelia, «basculanti - come scrive Paolo Lazzari sul Giornale - e indecifrabili quasi più del cognome inciso sulla maglia»: dalla tradizione georgiana, che non a caso ha prodotto giocatori dal grande talento come David Kipiani e Slava Metreveli. Ma Kvaratskhelia, oltre ad essere georgiano, è molto di più: è un giocatore straordinario, che impressiona senz’altro per il dribbling (già nel campionato russo, ai tempi del Rubin Kazan, era il calciatore con più dribbling tentati, 6,8 a partita), per il tiro e per gli assist, ma anche per la varietà del repertorio. Non solo ha segnato 4 gol nelle prime 5 partite di A ma lo ha fatto di destro, di sinistro, di testa. Può calciare con entrambi i piedi, di potenza o di precisione; può saltare, pressare, accelerare, con la palla o senza; può dispensare assist e tentare la giocata personale. Per citare la stampa d’oltremanica, e Nicky Bandini sul Guardian: «Kvaratskhelia ha segnato in ogni modo ed è sembrato pienamente sicuro di sé in ogni giocata, come se fosse già perfettamente integrato in una macchina fluida. Com’è possibile che vada tutto così bene fin da subito?». E anzi che non era ancora arrivata la partita di Champions, nella quale il georgiano ha giocato contro il Liverpool come se fosse sotto casa, estraneo al concetto stesso di pressione, facendo «a pezzi la fascia destra dei Reds» (cit. Michael Owen).



Eppure Kvaratskhelia non è giocatore che si possa riassumere coi numeri, con gli expected goals, nemmeno con le caratteristiche tecniche; è un giocatore che avrebbe bisogno della poesia più che della prosa, di versi in musica, di un Gianni Brera che lo battezzasse con uno dei suoi soprannomi e inventasse per lui neologismi. Questo bravo ragazzo dal viso pulito e dal talento artigianale, giovane ma antico, con quel suo stile di gioco ancestrale, incontaminato, puro. Creativo ma terribilmente efficace. Uguale a nessuno.

Una boccata d’aria nel calcio ultra-cerebrale contemporaneo, così scientifico e irregimentato; il pallone del talento prodotto in serie, delle catene di montaggio e degli allenamenti intensivi, della tattica sopra la tecnica. Khvicha Kvaratskhelia è la rivincita del football originario, quello che ci ha fatto battere il cuore: della gioia per il gioco, dell’amore per la palla, dell’ebrezza di puntare un avversario e del brivido di provare una giocata. Lui è altro da noi, e forse è proprio per questo che ci piace così tanto: perché ci sentiamo in colpa, e sappiamo che in fondo ha ragione lui.


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