Napoli, la posta in gioco è cambiata

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Napoli, la posta in gioco è cambiata© LAPRESSE
Alessandro Barbano
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«Kvara!» «Kvaraaa!» «Kvaraaaaaa!». L’urlo di Vicario si alza sullo stadio come una profezia inascoltata, perché dai piedi del georgiano nascono i due gol che regalano al Napoli l’ottava vittoria consecutiva e a Osimhen l’ottava volta consecutiva a segno. Ma se anche i compagni del portiere empolese avessero orecchie per ascoltarlo e gambe per rispondervi, se pure riuscissero a imbrigliare il genio dell’attaccante azzurro, ciò non impedirebbe al Napoli di andare in gol in altro modo. Perché il divario di inventiva, di rapidità, di precisione, di coordinazione tra la capolista e la provinciale racconta un confronto tra categorie diverse, simulando una sgambatura infrasettimanale tra una big e una sparring partner. Questa è la distanza che la squadra di Spalletti ha messo tra sé e le altre. Tant’è vero che, quando pure Mario Rui reagisce alla gomitata di Caputo con un calcione sulle parti basse, il Napoli rimasto in dieci va in pressing sull’avversario con una cintura asfissiante e nove volte su dieci ruba palla all’Empoli. Non si è mai vista una squadra italiana che difenda il risultato con una autorevolezza e una determinazione così convinte, anche in una situazione obiettiva di minorità numerica. Il Napoli è sull’acme di una curva, in cui al rendimento fisico s’intrecciano un benessere psicologico e un’intesa collettiva così strutturati da apparire frutto di un’alchimia. Prolungare questo straordinario punto di equilibrio è ora il compito che può fare della squadra di Spalletti un fenomeno globale.

Il Napoli ha alzato l'asticella

Perché i risultati e la qualità fin qui raggiunti alzano l’asticella della sfida ben oltre l’obiettivo dello scudetto e aprono la prospettiva di un ciclo in un palcoscenico più ampio di quello nazionale. È inutile girarci intorno: gli occhi del mondo sono puntati, con un misto di curiosità, ammirazione e preoccupazione, su una squadra che sembra poter ribaltare consolidate gerarchie di valore. Non solo per le cifre da record degli azzurri, i diciotto punti di vantaggio in classifica in serie A e il saldo di 43 gol tra fatti e subiti. Non solo per la cavalcata in Champions, dove il Napoli ha steso avversari del calibro di Liverpool, Ajax, Rangers e Eintracht.

I quattro primati

Ma soprattutto per l’egemonia del gioco. Che si esprime in almeno quattro primati: 1) un possesso palla capace di sottrarsi a centrocampo al pressing avversario, attraverso cambi di posizione mai convenzionali e mai ripetitivi; 2) una marcatura difensiva senza sbavature, rafforzata dalla velocità e dal tempismo di un centrale come Kim, che talvolta fa dubitare di essere umano; 3) una coppia di attaccanti superdotati nell’agonismo e nel bagaglio tecnico, perfettamente affiatati; 4) una capacità tattica di imporre sempre il proprio gioco, alternando palleggio veloce e contropiedi ficcanti con una varietà e una diligente applicazione di schemi mai prevedibili. Se questa condizione di salute psicofisica si preserverà in primavera, nessun obiettivo è precluso. Per questo Spalletti farà bene, da oggi in poi, a dosare di più le energie, tornando a operare il turn over con maggior coraggio. Dopo lo schiaffo subìto dalla Cremonese, il tecnico è parso osservare una particolare prudenza. Ma se il cosiddetto «Napoli due», cioè una squadra interamente rinnovata con i rincalzi, si è rivelato un azzardo, la conferma in blocco dell’undici più forte, sia pure mitigata da cinque sostituzioni a fine gara, può rivelarsi, nel tempo, usurante. La fatica di giocatori come Osimhen merita, al netto della loro comprensibile voglia di giocare sempre, qualche pausa. Da questo momento in poi l’obiettivo del Napoli non può più essere quello di difendere un record, ma quello di stabilizzare un dominio. La posta in gioco è cambiata.


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