Lo scudetto fa ricco il Napoli

Il trionfo e le grandi prestazioni dei singoli lanciano il club nel Gotha europeo: dalla temutissima rivoluzione all’eccellenza finanziaria
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Antonio Giordano

NAPOLI - Anche i ricchi ridono: e ci mancherebbe. L’uomo che ha inventato il cinepanettone, «che ha fatto piegare in due più di mezz’Italia, diciamo trequarti», stavolta può starsene da solo, accomodato nella poltrona, e come un Paperon de’ Paperoni mettere uno sull’altro un paio di centinaia di milioni di euro, che quel calcio da visionario gli ha recapitato in dieci mesi sul conto corrente. Quando il football un po’ ribelle della «triade» moderna prese il Napoli tra le mani e lo rimodellò a modo suo, demolendo qualsiasi luogo comune, nelle sale di marmo della borsa, mettendo assieme uno sull’altro - da Anguissa a Zerbin - quella squadra reduce dalla rivoluzione più silenziosa che si ricordi valeva 445 milioni di euro, che in realtà pochi non erano a pensarci bene, ripensando a settembre del 2004: e c’è voluto un coraggio incontrollabile, quel sano germe della follia e la sgargiante competenza del «tridente» per scoprire che intanto nel caveau il benessere s’era accresciuto, pure moltiplicato, ed il danaro era andato germogliando qua e là, lievitando del 50% o poco meno, ma cosa volete che sia! Victor Osimhen è stato un botto da mille e una notte, 49 milioni lanciati nel post-pandemia, poi quasi frantumati da Covid, lussazioni, commozioni cerebrali e fratture multiple al volto: sotto la maschera, adesso, c’è una star di livello internazionale che ha triplicato la propria quotazione e può garantire soprattutto sterline, al cambio un bel fattore.

Ferragosto

Il giorno in cui fischiarono il via a Verona, era Ferragosto, faceva banalmente un caldo torrido e s’avvertiva intorno al Napoli un’incomprensibile cappa di veleni, Khvicha Kvaratskhelia cominciò a dribblare pure l’aria, stava a sinistra, la fascia dello scugnizzo e del capitano, era costato 11 milioni e mezzo di euro e veniva dalla Georgia: tra veroniche, diavolerie e capolavori, il bambino prodigio ora non sta sul mercato, volendo non ha neppure un prezzo d’affezione, però ci vorrebbero almeno un centinaio di milioni per tentare inutilmente di portarlo via ai Re Mida del pallone, la De Laurentiis-Giuntoli-Spalletti production, fusione tra vari istinti e nature ampie. Come dentro una barzelletta, c’era pure un coreano, «tre pacchetti, dieci euro», però Kim ha mandato il cervello del calcio mondiale in fumo - possibile nessuno se ne sia accorto? - e quei diciotto milioni, solo una parte dell’incasso di Koulibaly dal Chelsea, sono triplicati e sono diventati 58, la somma della clausola che il Manchester United, quando vorrà, dovrà «bonificare» al Napoli per alzare il muro del Mostro ad Old Trafford.

Magia

Il calcio visto da Castel Volturno, il quartier generale della ricerca con un database che sembra infinito, è romantico ma non è prigioniero dei sentimenti, guai a innamorarsi dei simboli d’un tempo o anche di quelli più recenti: Dries Mertens e Fabian Ruiz rappresentavano l’incrocio tra due epoche, evaporate assieme, tra i rimpianti di chi in quella tormenta di caldo ha persino sudato freddo. Pareva che il calcio fosse finito. Il Napoli ci ha messo la propria strategia finanziaria, ha ceduto lo spagnolo al Psg, ha liberato il bilancio di due ingaggi sontuosi, poi ha reinvestito nella freschezza di Raspadori ed ha riscatto Anguissa, ignorato dall’Europa intera e diventato adesso un pezzo grosso, ma inavvicinabile. Questa squadra è un giacimento.


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