Spalletti, un tatuaggio che fa male

Leggi il commento sul probabile divorzio tra il Napoli e il tecnico dello scudetto
Spalletti, un tatuaggio che fa male
Antonio Giordano
3 min

Visto che difficilmente riuscirà ad essere schiodato dalla Storia per ricambiare o semplicemente per essere se stesso e restare terribilmente sentimentale, Luciano Spalletti s’è dedicato Napoli per sempre: poteva portarsela stilizzata tra i graffiti della propria anima, in cui ci sono una quarantina d’anni di calcio, oppure fissarsela come un post it nel labirinto della memoria. Ma essendo un uomo che va oltre, come ha raccontato il campo, l’allenatore che s’è preso una città intera, l’ha stregata con quel suo football sexy e le ha restituito una gigantesca felicità, ha voluto pure spiegarle - tatuandosi sul braccio sinistro una “N” su sfondo azzurro e uno scudetto sormontato da un 3 - che certi amori non finiscono, restano sulla pelle, anzi dentro, ovviamente per l’eternità. Luciano Spalletti ha scelto di separarsi da Aurelio De Laurentiis, da lui non da(l) Napoli, forse si capirà il motivo il 4 giugno, motivo che non è economico, non è progettuale, è semplicemente caratteriale: si chiama incompatibilità. Succede d’accorgersi, improvvisamente, di non essere fatti l’uno per l’altro, di scoprire che dietro la luce abbagliante dei flash si nascondono ombre nelle quali non si vuole restare a convivere né per necessità e men che meno per opportunità.

Spalletti, Napoli non se ne fa una ragione

Ma Napoli, e non è necessario farsi un giro per strade o ascoltare le radio o indugiare sui social, non riesce a farsene una ragione, nonostante gli echi della successione conducano a Luis Enrique, figura con uno status rassicurante. Ma ora, e adesso, non è certo una questione d’appeal, di curriculum, qui c’entrano i sentimenti coltivati nel biennio, la capacità profonda di Spalletti di lasciarsi assorbire dal tessuto cittadino, la sua spavalda sincerità nell’affrontare i temi più scottanti, la vocazione non a lusingare ma a dialogare, pure a brutto muso ma con rispetto, la rappresentazione di un allenatore e di un personaggio distante dalla narrazione che l’ha accompagnato sino a Napoli. Il resto, e figuriamoci un po’, è stato spettacolo meraviglioso e persino sublime, una sceneggiatura che ha riscritto - verrebbe da dire - “brutalmente” i canoni tradizionali nei quali viene spesso rinchiusa e con superficialità la cultura del calcio italiano. E quando è diventato troppo tardi per De Laurentiis provare a modellarsi in funzione di una prospettiva che vada oltre la propria gestione d’un rapporto, e mentre in sottofondo pare d’ascoltare Cocciante, viene da chiedersi: ma perché? A Napoli resta un buco nello stomaco (in panchina, nelle vie, nelle atmosfere delle vigilie, negli occhi di chi pure dinnanzi a quel tatuaggio, non sa farsene una ragione). L’hombre vertical c’era già.


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