Napoli, i cinque compiti di Garcia per risorgere: Kvaratskhelia è la chiave

La pausa per le nazionali diventa per il tecnico un'occasione per mettere a punto la squadra: alla ripresa una grande occasione per tornare in vetta
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Antonio Giordano

In fin dei conti, non è successo assolutamente nulla: gli dei del calcio sono ancora vivi e pazienza se il Napoli non sta poi così bene. Ma sono volate via tre domeniche, una è andata storta, e per aggiustarsi il sorriso, Rudi Garcia sa che serve un guizzo, una finta di Kvara, che comunque ha sciolto il sangue nelle vene ai giurati del Pallone d’oro e s’è ritrovato tra i 30 candidati. Così, da un anno all’altro. Le statistiche hanno un'anima, certo che sì, e pure una tale acidità, che rischia di mandare l’esofago in crisi più della classifica: Garcia è uomo di Mondo, è appena tornato dall’Arabia, ha trovato un’Italia eguale eppure diversa da quella che aveva lasciato; ha scoperto la religiosità del calcio a Napoli e pure lo stress che si vive, dovendosi accomodare su una panchina che è appartenuta a una sorta di divinità. Lo scudetto, dopo 33 anni, ormai sta dolcemente adagiato nella Storia, e alla sequela di paragoni non si sfugge: però dice l’aritmetica che sarebbe sufficiente una vittoria, alla ripresa, per starsene meglio di dodici mesi fa; e poi, tra una divagazione tattica all’altra, sarà indispensabile aggiungere un pizzico di paprika per correre di più, tra Lindstrom & company che bussano alla porta. La prova provata, che per uscire dagli equivoci basta essere chiari o anche se stessi.

La condizione e il lavoro fisico: ritmo superiore per tornare top

Al minuto 47', proprio mentre Provedel respinge la volée di Zielinski, al Napoli si spengono le luci e pure gli abat jour: resta niente, forse poco, e a occhi nudi la vicenda ha origini di natura tattica, poi psicologica e infine atletica. Ma alla terza di campionato di una stagione in cui fatalmente si viaggerà intorno alle cinquanta partite - qualcuna in meno oppure di più - non è ragionevole sospettare che la questione vada catalogata tra gli impedimenti fisici, nonostante «a differenza dell’anno scorso, stavolta si dovrà durare sino alla fine». O perlomeno all’inizio: e invece, però, alla terza già la madre di tutte le domande, che quasi pare inopportuna o certo intempestiva, viene spalmata tra le ombre di quel Napoli-Lazio che ha due facce, un primo tempo (assai) godibile e una ripresa (assai) preoccupante. E il sospetto - a guardare una squadra improvvisamente anestetizzata - che sia dipeso pure dalle gambe s’è intrufolato nell’anima.
Il resto, in questo calcio moderno, lo fa la sosta, che non dà modo di allenarsi come un allenatore vorrebbe, che sottrae non semplicemente settori interi ma un gruppo in blocco, e il Napoli è ripartito con nove calciatori, tra cui due portieri, con una condizione che inevitabilmente finirà per essere indirizzata dagli spostamenti in aereo, dai cambiamenti di abitudini, anche dal minutaggio di partite da sopportare in pochissimo tempo. Però questo è il calcio 3.0, lo sa perfettamente Garcia, che tra un’occhiata al campo di Castel Volturno e l’altra alla tv per seguire i suoi uomini in giro per il mondo, insegue varie cose, tra cui un pizzico di ritmo in più. Per non starsene a ballare tra i fantasmi.

Pochi gol e capacità di costruire: tante occasioni da concretizzare

Se sessantasei tiri (verso la porta) sono serviti per segnare solo sei reti, dev’esserci un problema, che può essere piccolissimo e passeggero, oppure evidente e pericoloso. Però l’opzione uno, direbbero a Houston per tirarsi su il morale, ha un senso: può una squadra che l’anno scorso ne ha fatti settantasette in campionato e venticinque nelle prime otto di Champions League, inaridirsi all’improvviso? Il Napoli del passato ha perso solo i gol di Lozano, furono quattro complessivamente, e dunque ha smarrito dettagli di se stesso: poi, ha conservato il capocannoniere, l’MVP del campionato, l’esterno di destra e quindi un tridente di fatto già «allenato» a movimenti. E persino il centrocampo è lo stesso: stavolta, ha cominciato pure meglio, provandoci dalla distanza, riuscendoci, una soluzione che nei nove mesi fantastici aveva quasi evitato, capace com’era quella squadra di arrivare in area avversaria con una semplicità di palleggio semplicemente seducente. In duecentosettanta minuti non può essere evaporata quella sublime interpretazione offensiva, la capacità di andare dentro al campo degli esterni o quella di restare larghi, per arrivare a Osimhen con le ali o i fluidificanti, come si diceva neanche tanto tempo fa. Però c’è un dato statistico, chiaramente assai parziale perché tre giornate rappresentano una vaga sensazione, per ora contribuisce ad alimentare piccoli sospetti dinnanzi a quel bicchiere teoricamente mezzo vuoto: per vederlo mezzo pieno, e non sarebbe una magia, sarà sufficiente pensare che al Napoli non è comunque mancata la capacità di costruirsi qualche opportunità, magari un po’ «sporca». Politano e Osimhen, Kvaratskhelia, Simeone e Raspadori sono ancora lì e a loro è stato aggiunto Lindstrom, che al 52' della sfida con la Lazio ha avuto il pallone sul piede buono e l’ha consegnato alle tenebre e alle statistiche.

Il calendario, arriva la Champions: tre vittorie di fila per la svolta

Il calcio cambia e però fondamentalmente poi resta se stesso, con i principi del secolo scorso: quando rimetteranno la palla al centro, tra una settimana o su di lì, per scacciare via quel velo di malinconia che improvvisamente ha travolto Napoli, basterà inventarsi la formula-Spalletti, che alla terza e alla quarta dell’anno scorso rallentò con due pareggi (Fiorentina e Lecce), anestetizzanti dopo le vittorie energizzanti all’inizio con Verona e Monza. Non c’è altro balsamo, unguento o antinfiammatorio, scegliete un po’ voi, che sistemi i problemi nel calcio meglio d’una vittoria o di una sequenza di successi: è semplicissimo, una specie di segreto di Pulcinella. Il Napoli è atteso da un calendario che preoccupa, nonostante la statura di una squadra che ha stravinto lo scudetto con mesi e mesi di anticipo: ma alla ripresa, per cominciare, Marassi non sarà un tour dell’anima, o anche sì, e al di là dei ricordi e della simpatia tra la gente, ci sarà una squadra che in questa fase del torneo ha comunque dimostrato di avere qualità e anche carattere. Poi, debutto in Champions, pure qua con un pericolo, il Braga, da non sottovalutare, perché quando si sbarca in Europa, e a certi livelli, le difficoltà si ingigantiscono. E infine, per chiudere la terna di trasferte, un giretto nella Bologna di Thiago Motta, squadra organizzata, in fiducia, che con il Milan ha perso ma non ha sfigurato; che con la Juventus ha pareggiato e ha avuto modo di specchiarsi nel Var, per imprecare a oltranza; che con il Cagliari era sotto e l’ha vinta, in rimonta, e quando sembrava non ce ne fosse più per nessuno. Ma Garcia sa bene che per evitare la produzione scomposta di fantasmi, conviene mettere assieme nove punti: è uomo di calcio (che non cambia mai).

I nuovi meccanismi da fare propri, Cajuste: "Enorme la concorrenza"

Dentro una squadra talmente forte da dominare il campionato alle spalle con una eleganza stordente, non è facile inserirsi: non c’è ancora riuscito Natan Bernardo de Souza (22), la «scommessa» per provare a fronteggiare l’addio di Kim. Zero minuti e una full immersion prolungata, che servirà per introdurlo nei meccanismi per un torneo intero ai limiti della perfezione. Ci proverà, chiaramente, Jens-Lys Michel Cajuste (24), il mediano che quando è atterrato a Napoli per essere la «controfigura» di Ndombele ha subito chiarito - e lo ha rifatto dal ritiro della nazionale svedese - il suo stupore per la consistenza della compagnia: «Qui si va molto più velocemente, sia tatticamente che tecnicamente, la concorrenza è enorme. E io voglio imparare». Quarantacinque minuti a Frosinone, alla prima, con qualche errore qua e là che ne hanno pregiudicato il debutto; altri 7' con il Sassuolo, ma semplicemente d’assaggio, per sentire l’aria dello stadio nuovo e comunque anche la consapevolezza di essere arrivato in un Napoli ad altissima qualità, «quella di Anguissa, che mi ha colpito perché sa fare tutto». Pure Jesper Lindstrom rientra tra le categoria degli eletti: esterno di destra o di sinistra, trequartista o anche mezzala, un jolly da sistemare in attacco, all’interno di moduli che gli appartengono per vocazione. Il «nuovo» Napoli è comunque quello «vecchio», i titolarissimi sono loro, è stato aggiunto - per ora Juan Jesus - per colmare un vuoto che sul mercato non ha inseguito certezze ma speranze. Garcia ha tre giocatori che sono arrivati dall’estero, altri che stanno in casa, Gaetano e Zerbin, e che sono riusciti a imporsi con autorevolezza perché davanti a sé hanno trovato interpreti «mostruosi». Ma questa è un’altra missione da affrontare per infarcire il Napoli di idee e iniziative proprie.

Il top player, bisogno di fantasia: è Kvara la chiave per risorgere

Non si diventa MVP di un campionato dalla sera al mattino successivo: ci vogliono trentotto giornate, tutte di altissimo livello, e luce che abbaglia come quello di Kvicha Kvaratskhelia. Il colpo dell’estate del 2022 di Cristiano Giuntoli, undici milioni di euro (appena), è stato Kvara, l’ha detto il campo, l’ha ribadito il calcio italiano, che non ha avuto dubbi a esprimersi nel momento in cui ha dovuto indicare il migliore: i dribbling taglienti come lame affilate nelle carni; gli scatti devastanti, che inducono i difensori a vacillare e poi a crollare; una serie di gol da «pazzi» (si può scegliere nell’archivio tra i quattordici segnati); quegli assist che spingono a «perdere la testa» (altri diciassette per gradire) raccontano d’un potenziale fuoriclasse che ha sradicato immediatamente ogni forma di pregiudizio e ha conquistato l’Italia. Poi Kvara si è fermato: con il Frosinone, per affaticamento; con il Sassuolo, per scelta; e con la Lazio, minuto 60', è stato addirittura sostituito. Kvara è la sintesi o anche la quinta essenza del calcio, è il modello a cui ispirarsi; il talento da cui lasciarsi guidare pur nelle difficoltà di un momento, come quello di sabato scorso. Kvara sfugge alla normalità, essendo eccezionale con quella sua postura: è il cosiddetto top player che non conosce la banalità, una specie di rivoluzionario dell’anima, pronto a inventarsi una veronica, un tunnel e a fare di Napoli un murales per il futuro. Kvara è il calcio che serve (anche) a Garcia e che il Napoli in tre partite appena non può aver smarrito tra le ombre costruite da una sconfitta, una soltanto. The winner is, direbbero altrove, senza lasciarsi contagiare dalla retorica e dall'euforia di pancia...


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