Conte folgorato dalla filosofia napoletana
Leggi il commento sul tecnico del Napoli
Sei mesi di militi noti e ignoti, di caduti della patria azzurra, polpacci e tendini costretti alla resa, pubalgie inenarrabili, schiene di dolore ostello e squadra infortunata in gran tempesta, ecco il lungo autunno del patriarca Conte. E come d’autunno sugli alberi le foglie giù al primo colpo di vento, sempre più ridotto il numero dei giocatori azzurri arruolabili inaridito dalle eliminazioni muscolari. Conte, ossessionato dalla vittoria, cede all’ossessione degli infortuni. E non può esimersi dalle geremiadi sull’infermeria affollata, sulle assenze determinanti e su una squadra azzurra a metà. Gli oppositori di lunga data irridono al piagnisteo di Conte, sostenuto dal solo McTominay (provasse l’Inter a giocare senza Calhanoglu, Lautaro, Dimarco, Barella e Thuram). Se Conte si lamenta, l’Italia delle poco allegre comari di Windsor, acquartierate sul 45esimo parallelo nord, vanno in solluchero. C’è un gusto immenso nel dare del piangina all’uomo che li ha sedotti e abbandonati. In più c’è ora il dispetto che alleni una squadra della bassa Italia, questo luogo geografico degno di ogni irrisione e disprezzo, Napule ’na carta sporca. Se ha sette titolari fuori per infortuni vari che cosa dovrebbe fare Conte in conferenza-stampa, ballare su un piede solo, incrociare le braccia e ululare tirando dadi nella migliore interpretazione di un rito vudù? Intanto è terzo tra cotanto sdegno e qualcuno azzarda: chiagne e fotte. Ma soprattutto chiagne, dicono quelli che amano Conte quando chiagne. La grande madre Napoli di Ddio ’o sape i ’a Maronna ’o vvere, di nce vò pacienza dicette ’on Vicienzo e di storta va deritta vene sopraggiunge in soccorso di Antonio Conte e gli illumina il piagnisteo sugli infortuni. Contro la Roma, perso anche Rrahmani, al quale si allunga la coscia sinistra rincorrendo Wesley, ahi che dolore, Conte viene folgorato dalla secolare sapienza di Partenope e nun chiagne cchiù. Con l’ironia che sarebbe piaciuta al professore Bellavista e fors’anche a Eduardo di addà passa’ ’a nuttata, Antonio Conte esclama «uno in più o uno in meno non è questo il problema». Canta Napoli, esulterebbe Gegè Di Giacomo. Conte irride alla malasorte secondo secolare filosofia napoletana, quell’accettazione con sberleffo d’ogni contrarietà, la sfida sorridente ai colpi del destino. Antonio Conte s’è d’un tratto napoletanizzato. E Pino Daniele aggiungerebbe guagliò ma che te ne fotte, ’a vita è sulo culo rutto e niente cchiù. Vai Antonio. Lo cunto de li cunti lo faremo alla fine quando le poche allegri comari del 45esimo parallelo nord saranno invecchiate di invidia e malumore.
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