Il Napoli ritrova Lukaku: ecco i due grandi obiettivi di Romelu per il finale della stagione

Sabato ha ritrovato il gol a Verona e insegue un finale da sogno tra l’Europa e l’America
Fabio Mandarini
4 min

Romelu e Giulietta, storia di un gol d’amore. Lukaku a Verona, giornata shakespeariana piena di gioie, dolori, umanità e sogni: fondamentale per la squadra e per se stesso; cruciale per la corsa Champions, l’orgoglio personale e il sogno Mondiale. Rom è ancora Big, lo ha dimostrato al Bentegodi. È un centravanti, uno di quelli capaci di decidere, esattamente come ha provato a urlare silenziosamente al mondo nel lungo, lunghissimo periodo trascorso a lottare contro l’infortunio e i fantasmi. Molto spaventosi dopo il rigore fallito contro il Como in Coppa Italia. Oggi tante celebrazioni, certo, ma alzi la mano chi ci credeva. Ecco. Lukaku l’ha alzata sabato sera, al minuto 95 con 11 secondi: un movimento dei suoi e un gol dei suoi. Il primo dopo 281 giorni di sofferenza pura: fisica e dell’anima.

Fino al cielo

Rom lo ha detto piangendo senza filtri in diretta televisiva, come solo gli uomini sanno fare, parlando di papà Roger, morto a settembre a 58 anni a Kinshasa, mentre lui era ad Anversa a correre per recuperare in fretta. Una destro di Tyson in pieno volto, accompagnato dai ganci di certe persone legate al suo entourage familiare che hanno obbligato i fratelli Lukaku, Romelu e Jordan, a onorare a distanza la memoria del padre. «Il funerale non si terrà in Belgio, abbiamo fatto tutto il possibile per riportare la sua salma in Belgio ma purtroppo abbiamo avuto la sensazione di essere stati estorti da alcuni membri della famiglia», scrisse sui social. E le lacrime del Bentegodi diventano liberazione. Una pagina di pura umanità: il centravanti grande e grosso che ha scritto la storia del calcio belga e firmato scudetti con l’Inter e il Napoli, una celebrità dello sport mondiale, è anche un ragazzo di 32 anni con le sue righe tragiche tra le storie belle. «Pour toi Papa», è la dedica in calce alle immagini del gol, dell’esultanza e degli abbracci dei compagni postate su Instagram.

La differenza

Ma Romelu s’è inchinato anche a Napoli. Al Napoli: «Prima di arrivare qui ero morto, devo tanto a questa squadra». Un concetto fortissimo, uno dei tanti di un discorso mai banale e sempre intenso. Come gli ultimi sei mesi della sua vita: Lukaku è tornato perché ce l’ha messa tutta, perché ci ha creduto. Ha stretto i denti dopo il grave infortunio al retto femorale rimediato il 14 agosto in ritiro, calciando con quel sinistro che sabato ha vibrato nell’aria spazzando via paure, dubbi e pregiudizi, e 198 giorni dopo il crac, 281 dopo la fiamma tricolore contro il Cagliari, ha rifatto bang. Gol e vittoria. Romelu può ancora fare la differenza: si sta aiutando da solo lavorando per ritrovare al più presto una condizione all’altezza delle situazioni che contano, ma va da sé che per accelerare il processo dovrà anche raccogliere più minuti e maggiore continuità. Linfa pura per diventare protagonista all’inseguimento della Champions e per coronare il sogno mondiale.

Minuti mondiali

Contro il Verona, per la prima volta, ne ha strappati 24 compreso il recupero, fondamentale in questo caso. Più di quanto non avesse messo insieme finora (recuperi esclusi): 11’ contro la Juve, 1’ con la Fiorentina, 5’ con l’Atalanta, 8’ con il Chelsea in Champions, 16’ con il Como in Coppa Italia, sbagliando anche il rigore nella lotteria finale. Totale: 41. L’uomo delle situazioni disperate, come raccontano le partite stesse, è stato decisivo e s’è rimesso a sognare: di tornare protagonista a tempo pieno con il Napoli nella corsa Champions e di guidare il Belgio al Mondiale. Europa e Americhe: il sognatore dei due mondi.


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