Conte e il futuro al Napoli: cosa vogliono dire quelle parole dopo Verona e lo scenario più probabile

Il tecnico degli azzurri ha detto di sentirsi più forte: da lì tante interpretazioni
Mimmo Carratelli
5 min

Le frasi di Antonio Conte, profferite a Verona e rimbalzate a Napoli, hanno determinato, come dice il poeta, una situazione per cui attonita la città di Napoli al nunzio sta. Nunzio vobis che cosa? Conte nunzia che quest’annata di mille peripezie l’ha migliorato, ne ha fatto un allenatore più forte trovando sempre la soluzione giusta e, in ogni caso, ha ancora un anno di contratto col Napoli. Interpreti non autorizzati del pensiero contiano, mentalisti così presenti così solo nella mia mente e ingegneri della psiche si sono radunati nei salotti televisivi, negli studi radiofonici e in riva al mare di Mergellina per analizzare, interpretare e dedurre le parole dell’allenatore fra il brusco e il lusco, più no che si e viceversa, dimmi ‘na cosa sola e se fosse proprio overo che sempre caro gli fu quest’ermo colle. Tra i più emeriti indagatori dei neuroni di Conte la spaccatura è stata subito netta però con una prevalenza degli interpreti buonisti delle parole veronesi di Conte rispetto ai negazionisti secondo i quali la situazione è piatta.

I buonisti sostengono, non senza un moto di commozione, che a Verona Conte si è sciolto più del sangue di san Gennaro e, rinunciando all’ossessione della vittoria, si è, come dire, fidanzato con questa terra e questa squadra di mille affanni e contraddizioni, gustandone le difficoltà per superarle, vincendo soffrendo, ammirandone il coraggio senza criticare i difetti. In altri termini, quasi a conclusione di una carriera di vittorie assolute di qua e di là della Manica, Antonio Conte, sotto l’effetto della bella ‘mbriana, da rigido stratega delle massime imprese, chi vince scrive la storia e i secondi la leggono, si è dimesso da guida suprema (condizione pericolosa in questi tempi) per condividere quant’è bella ‘a muntagna stanotte ca quasi quasi me mettesse a chiàgnere. Antonio Conte, dicono i buonisti, ha assaporato la condizione vera di questa città e della squadra azzurra, la condizione che più cattura, perché ogni tentativo di impresa è sempre epico tra ingiurie, difficoltà, malanimo altrui, pregiudizi e pochi santi quasi nessuno in paradiso. Vincere dove vincere è facile ed è niente rispetto a vincere dove vincere è difficile. C’è più gusto.

I buonisti, applaudendo all’allenatore che ha capito cos’è Napoli e cos’è il Napoli, deducono che Antonio Conte resta tra noi, a prescindere dal contratto che lo lega ancora un anno alle nostre vicende. I buonisti inneggiano alla nuova condizione sentimentale di Antonio Conte che ne fa uno di noi nella buona e nella cattiva sorte. I negazionisti insorgono sostenendo che Antonio Conte, nato solo per vincere, anche giocando a carte con la figlia Vittoria, non può cambiare, neanche sa che cos’è la bella ‘mbriana, e non potrà mai ridursi a condottiero disperato pretendendo sempre paglia per cento cavalli. Le parole veronesi di Conte sarebbero un messaggio criptico, così sostengono i negazionisti della permanenza a Napoli del tecnico leccese, e dunque se De Laurentiis non gli attrezza uno squadrone se ne andrà tenendo fede al suo trend biennale di permanenza in un club. Gli osservatori più aperti all’ottimismo si dichiarano favorevoli ai buonisti e perciò Conte resterà alla guida del Napoli e i piripacchi del pallone dovranno farsene una ragione. Molti però sostengono che la qualificazione Champions è il traguardo determinante perché Conte rimanga per rilanciare il prossimo Napoli. Mancando questo dettaglio, come si augurano i negazionisti per avere ragione sui buonisti, la disputa proseguirà nelle prossime due partite al Maradona, contro Torino e Lecce. Due vittorie metterebbero all’angolo i negazionisti.

 

 

 


© RIPRODUZIONE RISERVATATutte le news di Napoli