Mandracchio, primo stadio. Il Naples la prima squadra 

Mandracchio, primo stadio. Il Naples la prima squadra 

I 100 anni del Napoli 1926-2026: un secolo d'amore, un capitolo alla volta. Una storia lunga e gloriosa che abbiamo deciso di ripercorrere con due uscite settimanali ogni mercoledì e sabato grazie al meraviglioso racconto di Mimmo Carratelli. Di seguito il secondo capitolo
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Il pallone, a Napoli, arrivò dal mare. Successe così a Genova, Livorno e Palermo dove attraccavano i bastimenti inglesi. I marinai di quelle navi, scendendo a terra, si divertivano a giocare al calcio di cui la madrepatria gli aveva fornito lo spirito, la passione e le regole di gioco. A Napoli, nel porto dei pescatori vicino alla chiesa di Portosalvo, ricavato dall’antico porto greco-romano, c’era lo spazio dove i marinai inglesi potevano giocare. Era il Mandracchio, traduzione napoletana dello spagnolo mandrache (darsena).È stato il Mandracchio il primo “stadio” napoletano. Là si disputarono le prime partite di pallone fra gli equipaggi della navi inglesi.

Le prime notizie di partite di calcio in città raccontano le sfide tra i soci dei club nautici. Un primo resoconto di una partita risale al 1896, proposto da “Il Mattino”. Il giornale le dedicò 24 righe con molto distacco sotto un titolo anonimo: “Una partita di football”. La passione era ancora lontana dal divampare.L’articoletto registrò quanto segue, senza emozione: “Nel locale della Ginnastica Partenopea al Reclusorio ha avuto luogo ieri una partita di football (giuoco del calcio) tra alcuni soci della Società Canottieri Italia e altri della Partenopea. Le due schiere di giuocatori, ciascuna delle quali forte di dieci baldi giovanotti, hanno dimostrato somma valentìa in questo difficile giuoco che consiste nel ricacciare mediante colpi, dati per lo più con i piedi, una palla nella porta (goal) del campo avverso. La partita è durata più di due ore, interrotta soltanto da quattro riposi di pochi minuti ognuno; e sarà continuata in altro giorno, da stabilirsi, per la gara decisiva. Fra i giuocatori si distinsero i sigg. De Conciliis ed i due fratelli La Manzio nella Partenopea, ed i sigg. Massei, Salvati e Kernot dell’Italia. Facevano da giudici i signori Attanasio, Frasca, Pinto, Coppola e Colmann”. Nessuna annotazione sul risultato, ma evidentemente il match, protratto per quattro tempi, dovette concludersi sul pareggio dal momento che fu prevista una nuova sfida che incoronasse il vincitore.

Napoli si appassionava ad altri sport ai quali i giornali davano spazio. La scherma, per esempio, sport indispensabile a chi facesse vita mondana. L’Accademia napoletana di scherma, la seconda sorta in Italia, venne fondata nel 1861 e inviò i suoi spadaccini già alle Olimpiadi del 1920. È del 1884 la fondazione della sezione napoletana dell’Unione italiana tiro a segno che ebbe come primo presidente Nicola Amore, sindaco di Napoli, e campi di tiro ad Agnano. Successivamente, intorno agli anni Venti, spopolò il tiro al piccione, da cui nacque la Società napoletana tiro a volo, sport olimpico, prerogativa delle famiglie facoltose, con sede alle Terme di Agnano.In auge la ginnastica con la prima palestra privata nei locali di San Domenico Maggiore (1856), aperta a ragazzi e ragazze, e la creazione della Virtus Partenope (1869), la prima società napoletana di ginnastica. A cominciare dal 1889, quando sorse il Circolo de remo e della vela Italia (Canottieri Italia fu la prima denominazione), il più antico club nautico napoletano e uno dei più antichi e prestigiosi d’Italia, si moltiplicarono i club di canottaggio e vela, naturale “sfogo” sportivo di una città di mare. Se la vela era prerogativa di ricchi imprenditori e nobiluomini, proprietari di lussuosi yacht, il canottaggio mise insieme, nella fatica ai remi, ragazzi della borghesia e del popolo. Questo per dire che il pallone, il gioco del calcio, arrivò a Napoli dopo la scherma, il tiro a segno, la ginnastica e i club nautici. Insomma, arrivò quinto nel panorama sportivo napoletano. Ma quelli, come s’è detto, erano sport d’élite. Il pallone divenne presto una passione travolgente.

Agli inizi del Novecento, soci dei club nautici, commercianti, marchesi e giornalisti dettero vita alle prime squadre di calcio della città. Se ne contarono immediatamente tre e, caso singolare, nessuna ebbe sulle maglie il colore azzurro e non presero neanche il nome della città.

Il marchese Ruffo fondò l’Open Air che ebbe maglie con i colori bianco e viola. L’Helios, finanziata da un gruppo di commercianti, aveva una divisa del tutto originale, a scacchi bianchi e neri. I colori dell’Audace erano bianco e verde e la squadra poté contare sul primo portiere acrobatico. Era Pepè Cangiullo, campione campano di tuffi nelle acque di Santa Lucia, poi asso dell’Internazionale, fratello di un artista futurista.Le squadre giocavano al Campo di Marte, più famoso per le aristocratiche sfilate di carrozze e le corse dei cavalli.

Il 6 gennaio 1898 si disputò a Genova il primo incontro storico del football italiano tra il Genoa e l’Internazionale di Torino (154 spettatori paganti al campo di Ponte Carrega). Nello stesso anno, in una sola giornata di maggio a Torino, si svolse il primo campionato italiano. Lo vinse il Genoa nella finale contro l’Internazionale di Torino dopo che entrambe avevano eliminato il Football Club Torinese e la Ginnastica Torino. Questo è il primo “scudetto” che figura nell’albo d’oro dei campionati italiani. Lo “scudetto”, distintivo di stoffa applicato sulla maglia di gioco all’altezza del cuore, apparve per la prima volta nel 1924 sulle maglie del Genoa che aveva appena vinto il suo ottavo campionato. Il “triangolo” tricolore era sormontato dalla corona di Casa Savoia e sul bianco c’era lo stemma sabaudo, una croce bianca in campo rosso. In pratica, lo scudetto era la bandiera italiana. Dal 1927, fu affiancato dal fascio littorio. Poi, con la Repubblica, si è ridotto al triangolino tricolore.A Torino, 15 marzo 1898, sorse la Federazione italiana gioco calcio (Figc). Col calcio si faceva proprio sul serio.

James Potts, impiegato britannico a Napoli della Cunard Line, gettò le basi di una squadra che non fosse più una formazione occasionale di nobili e commercianti. Si intendeva di navi e di calcio. Nella sua abitazione al terzo piano di via Sanseverino 43, nel quartiere Pendino, fu fondato faticosamente il Naples Cricket and Football Club. Anche se in inglese, compariva finalmente il nome della città. E anche i colori delle maglie, a strisce blu e celeste, il blu del mare e il celeste del cielo, rientravano nel giusto cromatismo partenopeo. Pantaloncini neri.

Fu verso la fine del 1904 che avemmo questa prima squadra napoletana nelle intenzioni, nei termini e nei colori più appropriati. Il Naples. Mister Potts e mister Hector Bayon di origini genovesi coinvolsero nel progetto alcuni entusiasti napoletani, in testa Ninò Bruschini, con abitazione alla Pignasecca, giornalista e calciatore, e suo fratello Carlo, poi Michele e Paolo Scarfoglio, figli di Edoardo, fondatore de “Il Mattino” nel 1892, e di Matilde Serao, l’ingegnere Amedeo Salsi, cui fu data la presidenza del club, il signor Catterina e Michele Conforti che si prestò a giocare da portiere con una sciccheria tutta personale. Si portava al campo una sedia per accomodarcisi quando l’azione di gioco era lontana dalla sua porta. I due fratelli Scarfoglio si dannavano per far pubblicare notizie di calcio sul giornale fondato dal padre che, proprietario di uno yacht, dava spazio solo alla vela e agli sport olimpici. Fu perciò che Amedeo Salsi fondò un giornale, “La Rassegna Sportiva”, dedicato in gran parte al calcio e, naturalmente, al Naples.

Mister Potts volle un campo tutto suo, rifiutando il Campo di Marte, e scelse un terreno di via Campegna, a Fuorigrotta, dove fece realizzare un campo munito di porte e reti e, novità assoluta, un casotto di legno che fungesse da spogliatoio. Allo “stadio” di via Campegna i giocatori arrivavano in bicicletta. Quelli che si accompagnavano ad amici e fidanzate vi giungevano in carrozza. Dopo gli allenamenti, la squadra si rifocillava nella trattoria di un contadino della zona che inalberava una insegna modesta: “Ntunino”. Notevole era la presenza femminile, sorelle e fidanzate dei calciatori: le signorine Bruschini, le sorelle Zinzaro e Reichlin, le sette sorelle Squillace figlie di un fabbricante di guanti. Un loro fratello fu il primo invasore storico del calcio a Napoli: entrò in campo a minacciò l’arbitro brandendogli sotto il naso il bastone da passeggio col pomo d’avorio.Il Naples sfoderò una “rosa” europea di cui fecero parte tre tedeschi, uno svizzero, due belgi, quattro inglesi, due robusti danesi, tutti residenti a Napoli, più i napoletani Conforti, Bruschini, Scarfoglio, Del Pezzo, Giannini, Valle. Giocò anche mister Potts. Colonna della difesa fu l’inglese Jackson, alto due metri.

Avversari del Naples erano le formazioni dei marinai inglesi delle navi della Cunard Line e della White Star Line dai quali c’era molto da apprendere. Debutto accertato in un campionato campano nel 1910. Risultati introvabili.

Il presidente Salsi mise in palio una Coppa fra le squadre cittadine che erano proliferate: la Sportiva Napoli, colori rossoneri, presidente Carlo Fermariello, finanziata dai Matacena, osti molto noti; la Juventus del Vasto a strisce biancorosse fondata dai marchesi Paduli, giocatori a loro volta, con l’ingegnere Guido Cavalli in porta che poi passerà al Naples; l’Elios con maglia a scacchi bianconeri fondata da un colonnello d’artiglieria; l’Audace, maglia a scacchi bianco-verdi che praticava anche il podismo; l’Open Air che ebbe vita breve; persino una squadra di studenti del Liceo Umberto.

Il Naples vinse e si preparò a più ardui cimenti e il più arduo fu il confronto con l’equipaggio della nave inglese “Arabik”, marinai e soprattutto provetti calciatori che, durante la sosta a Genova, l’avevano suonate ai campioni liguri per 3-0. Solo cinquanta furono gli spettatori attorno al terreno di via Campegna, ma prodigiosa impresa dei blu-celeste che batterono la formazione britannica (3-2) con i gol dell’inglese McPherson, di Michele Scarfoglio e del belga Chaudoir, alto due metri.

La notizia della vittoria fruttò al Naples una immediata fama, confermata dall’invito a partecipare alla Coppa Lipton, un trofeo d’argento alto un metro messo in palio a Palermo da sir Thomas Lipton, il famoso “re del thè”, inesauribile navigatore a bordo del suo veliero, l’Erin, e appassionato di calcio. Per la prima volta il Naples andò in trasferta. Raggiunse Palermo in nave. Il trofeo fu disputato in una sola partita contro il Palermo Football and Cricket Club, nato dall’Anglo Panormitan, e si giocò su un terreno di proprietà del console Withaker, il fondatore del calcio a Palermo. Dalla città siciliana arrivò a Napoli la prima “radiocronaca” del calcio, però via telefono. Un appassionato che seguì il Naples dette notizie sulla partita ogni quarto d’ora chiamando il numero telefonico 358 di casa Bruschini alla Pignasecca dove convenne una piccola folla di primissimi tifosi napoletani. Il Naples si aggiudicò la Coppa battendo la squadra siciliana (2-1) che era data favorita.
 


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