Il Napoli vuole lasciare il Maradona ma è in ritardo sullo stadio: settanta milioni in meno

L'impianto attuale è in perdita. I top italiani sono più avanti sull’impianto di proprietà o i progetti
Fabio Mandarini
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Geografia calcistica italiana, fotografie dall’alto e proiezioni nel futuro sportivo in Italia e in Europa: i lavori per il nuovo stadio di proprietà di Milan e Inter e San Siro cominceranno nella seconda metà del 2027, più o meno nello stesso periodo di quelli del nuovo stadio della Roma a Pietralata; la Lazio ha presentato il progetto del nuovo stadio al Flaminio; la Juventus, inaugurando lo Stadium nel 2011, è stato il primo club italiano ad avere uno stadio di proprietà, seguito poi in ordine sparso da Udinese, Atalanta, Sassuolo, Cremonese, Frosinone e AlbinoLeffe. Il Napoli, campione d’Italia in carica e vincitore di due degli ultimi tre scudetti, è deciso ad abbandonare il Maradona ma non ha ancora certezze sui luoghi e lo scheletro del nuovo che sarà: lavora da tempo sull’area dove costruire la nuova arena e sul progetto. E lo stesso sta facendo sul fronte del centro sportivo. De Laurentiis, partendo dalla Serie C dopo il fallimento, in 21 anni di presidenza da fuoriclasse ha creato un modello unico nel panorama internazionale: senza stadio e centro sportivo di proprietà non è solo riuscito a far crescere il club sotto il profilo economico e commerciale, ma ha vinto in Italia e frequentato abitualmente la Champions. I ricavi sono schizzati dai 49 milioni del 2022 agli oltre 100 di oggi. Le partnership sono prestigiose e i confini estesi fino alla Cina, alla Corea e agli States. Il brand, secondo la stima di agosto di Brand Finance, ha raggiunto un valore di 240 milioni. Per non parlare di quello della rosa. Il paradosso? Con lo stadio Maradona quasi sempre sold out, le entrate sono limitate alla biglietteria (più hospitality): tra i 30 e i 35 milioni. Ma i ricavi potrebbero superare i 100 milioni anche in questo caso. Con il plus del clamoroso boom del turismo in città.

Napoli, il gap con le altre

Con la competenza, la visione, il fiuto e collaboratori scaltri e validi - a cominciare dall’ad Chiavelli -, De Laurentiis ha scalato l’Everest e colmato distanze impensabili. Lo scatto delle milanesi e delle romane sul fronte stadio, però, potrebbe allargare di nuovo quel gap. Inesorabilmente. E se fino a qualche anno fa il Napoli investiva prettamente sui giovani, alimentando l’autofinanziamento con plusvalenze super insieme con i ricavi delle qualificazioni in Champions, l’ambizione e la crescita del livello confermati dal valore dei giocatori e degli allenatori (Ancelotti, Benitez, Sarri, Spalletti, Conte) hanno invertito la tendenza sul mercato. Nelle ultime due estati, il Napoli ha pescato in Premier e investito su campioni maturi come De Bruyne e Lukaku, fondamentale per la conquista dell’ultimo scudetto esattamente come McTominay. Di certo non giovanotti. E la questione delle strutture è un cavallo di battaglia anche di Conte.

Le due facce: il Napoli guarda altrove

Con il Comune, è storia nota, non c’è accordo sul Maradona, tanto che le istituzioni stanno seguendo da sole la riqualificazione in vista dell’Europeo 2032 mentre il Napoli guarda altrove. De Laurentiis ha prima puntato sull’area del Caramanico, trovando l’opposizione delle istituzioni stesse e dei commercianti della zona, e ora sta valutando quella dell’ex raffineria Q8 a San Giovanni a Teduccio. Nulla di certo, per il momento. Però ipotesi che testimoniano la consapevolezza della necessità: il progetto stadio è un acceleratore fondamentale ma può anche diventare una zavorra inesorabile. «Il Napoli, senza uno stadio di proprietà, perde più o meno settanta milioni», ha dichiarato a più riprese il dg dell’Area Business Tommaso Bianchini. «Penso agli SkyBox, ai posti corporate, a esperienze immersive con tour dedicati ai tifosi ma anche a un food and beverage più accurato, agli store ed altre attività che renderebbero l’impianto costantemente vivibile. Finora il club sta facendo miracoli con grandi risultati legati al brand, ma a un certo punto la crescita si fermerà: il Napoli ha bisogno di uno stadio per restare competitivo». Una fotografia della realtà.


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