Roma Memories: Bet, nostalgia di quei derby

«Battere la lazio valeva uno scudetto». Nessun gol, ma la colpa era di Herrera
Roma Memories: Bet, nostalgia di quei derby
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Marco Evangelisti

ROMA - Era la Roma dei gemelli dell’antigol. Lui e Sergio Santarini, che ancora vengono alla mente quando tra i tifosi non bambini si parla di difesa. «Siamo andati bene. Ma anche quelli di adesso funzionano. Se ci fossero tutti, intendo. Mi piacerebbe vedere insieme Manolas e Castan». Aldo Bet di Santarini non era gemello, era cognato. Coppie di ferro che quando il calcio passa tendono ad arrugginirsi.

«Almeno così funzionava ai nostri tempi. Chiusa la saracinesca ciascuno andava per la propria strada. Erano strade tortuose. Finché si giocava il club pensava a tutte le necessità. Smettevi e non avevi gli stessi soldi che ti trovi adesso ed eri solo davanti a un mondo che fondamentalmente non conoscevi». Così Bet oggi è un’anima equamente divisa in due, quattro anni alla Roma tra il 1968 e il 1973, sette al Milan tra il 1974 e il 1981. Al Milan lavora come osservatore dopo essere stato nello staff della Nazionale, alla Roma è sbocciato. C’è una partita neppure banale in arrivo ma lui non è mai stato simbolo né del Milan né della Roma.

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Calciatore di entrambe e tanto bastava. «Erano altri tempi, forse migliori. Ora firmi contratti di tre anni al massimo, giochi bene il primo e poi comincia il mal di pancia. All’epoca ti toglievi la maglia solo quando cambiavi squadra e per staccarla serviva il chirurgo». In mezzo c’è stato un passaggio da Verona alla modica somma di 400 milioni di lire. «Un’enormità per un club di provincia e per un difensore. Il punto è che la Roma doveva prendere Prati ma non poteva mandarmi direttamente al Milan». Giochi d’immagine a cui Bet era allergico. Il destino volle fare di lui uno dei pochissimi a beccare due retrocessioni a tavolino, senza coinvolgimento diretto. Ma questo con il giallorosso non c’entra. «A Roma ho cominciato davvero, ho conosciuto il bello e il duro del mestiere, la Nazionale e la contestazione non appena scendevamo sotto il terzo posto. Venivo da Mareno di Piave, Treviso, entroterra veneto, al paese non c’era un campo sportivo e giocavamo nella piazza della chiesa». Era timido e chiuso, poi si sciolse e prese a entrare in confidenza con i compagni. Mai con il gol: zero in campionato. «Herrera mi diceva: segui la punta anche quando va in bagno. Allora gli attaccanti magari andavano in bagno ma non tornavano mai a difendere». Gli restano la Coppa Italia appena arrivato e i derby rabbiosi. «Vincere con la Lazio era come essere campioni d’Italia». Non basta più e supponiamo sia una fortuna.

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