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«Totti, la mia stella che illumina il campo»

«Totti, la mia stella che illumina il campo»
© Bartoletti

L’allenatore che più di ogni altro ha contribuito alla piena realizzazione di Totti come giocatore spiega perché il Capitano ha cambiato il calcio. Non solo in Italia

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di Zdenek Zeman

martedì 27 settembre 2016 10:12

ROMA - Il problema, oggi, 27 settembre 2016, non è rappresentato dal quarantesimo compleanno di Francesco Totti. Semmai, e credetemi, dalla consapevolezza che prima o poi verrà il momento dell’addio. E quel giorno, ne sono convinto, sarà impossibile non chiedersi: e adesso chi riuscirà a deliziarci come ha fatto lui? Totti, che per me è “la Stella”, come l’ho sempre chiamato dal primo anno in cui l’ho allenato, ha rappresentato il simbolo del calcio ideale da vivere senza bandiere, il prototipo del campione trasversale verso il quale non c’è mai stato “odio” ma rispettoso timore del suo talento. Totti non ha racchiuso in sé la romanità, ma l’italianità, perché attraverso il suo modo d’essere calciatore, esteticamente adorabile, si è riuscito a esportare un modo diverso d’interpretare il football. Per quanto riguarda Totti è inutile e persino fastidioso allestire dibattiti sulla sua scelta di vita, cioè quella di non concedersi ad altro club che non fosse la Roma, quella che probabilmente ha rappresentato il motore d’un carriera così longeva.

Il “tottismo” è diventato una malattia che mi ha colpito presto, direi immediatamente, un virus che ha “infettato” chiunque abbia avuto modo di conoscerlo non soltanto in campo, ma anche fuori, dove di questo eterno ragazzino non si sono mai colte le sfumature più significative. Totti ha cancellato, ha azzerato, ha demolito quell’etichetta un po’ dispregiativa intorno alla sua squadra che chiamavano “Rometta” e l’ha eletta, nel tempo, a squadra di rango, ahilui, non sempre in linea con il suo talento.

Volendo rimanere “nella Città Eterna”, Totti ha rappresentato il polo d’attrazione nei momenti di crisi, mi verrebbe da dire il polo di attrazione per far convergere la gente allo stadio: Francesco è stato - e mi pare che ancora lo sia - il richiamo per la folla, che ha sempre avuto in sé questo avvolgente desiderio di regalarsi un momento di felicità attraverso le giocate non di un Campione, non di un Idolo, ma d’un modello di espressione: in quella maglia, la dieci giallorossa, è racchiuso il senso di appartenenza che ha avuto la funzione di costituire un ponte tra la Roma e la propria gente.

E’ chiaro che poi bisognerà farsene una ragione, quando verrà il momento del congedo, perché niente è per sempre: e sarà in quella circostanza che Totti, attraverso i rimpianti, diventerà eterno, perché se ne avvertirà la mancanza non soltanto d’un dribbling, d’un lancio, d’un gol, ma di una presenza attiva, ancorché non ciarliera, né rumorosa: sarà il fascino della sua stessa presenza-assenza che finirà per diventare argomento ed anche dolenza. Perché, credo che questo sia indiscutibile, la Roma, in Italia e all’estero, viene identificata in Francesco Totti.

E’ sin troppo semplice, per me, ribadire che Francesco rappresenta il calciatore più importante della storia della Roma ed anzi, lo facessi, sarei persino ingeneroso nei suoi confronti, perché limiterei la portata dei suoi gesti tecnici, la bellezza delle sue intuizioni, la capacità intatta - a cavallo tra un secolo e l’altro - delle sue invenzioni, il frutto d’una genialità ch’è stata di pochi, ad un territorio sin troppo ristretto. Totti è stato il calcio in Italia, un calcio ch’è piaciuto persino agli avversari.

Ma poi, e conviene dirlo, Totti è stato e rimane molte varie cose ancora: è un uomo gradevole, dallo spiccato senso dell’ironia, capace di non prendersi mai troppo sul serio e però di essere rigoroso nell’interpretazione del proprio ruolo di personaggio pubblico; e Totti è anche un calciatore modernissimo, tutt’ora, ma capace d’essere persino “uno d’altri tempi”. Totti ha monopolizzato per venticinque anni il dibattito in una città che, non avesse avuto lui le qualità morali e caratteriali di cui è dotato, avrebbe potuto stritolarlo: e invece ha saputo andare oltre, ergendosi a leader, magari silenzioso, diventando, secondo i momenti, il Monumento da idolatrare o il Parafulmine dietro il quale nascondersi.

Totti è stato il numero dieci per eccellenza, s’è trasformato in centravanti, s’è caricato sulle spalle responsabilità non soltanto tecniche e non soltanto sue, ed altrove, ovunque nel Mondo del football contemporaneo, raramente un calciatore ha rappresentato non semplicemente se stesso, non esclusivamente la propria squadra, ma simbolicamente la propria città, richiesta che gli è arrivata, morbidamente silenziosa, da una Roma che in lui s’è rivista, che a lui si è aggrappata, come un figlio con un genitore. Totti è stato e rimarrà il padre d’un tempo che non tramonterà mai; e chiedetemi di fargli un augurio: che sia stato talmente bravo da aver persino creato un erede.

 

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