<p>Il gesto di Dzeko a Milano che ha entusiasmato i tifosi della Roma</p>

L’esultanza scatenata al gol di Kumbulla e un comportamento esemplare: trascina i compagni mentre insegue la storia della Roma
<p>Il gesto di Dzeko a Milano che ha entusiasmato i tifosi della Roma</p>
Roberto Maida

ROMA - Ha appena segnato Kumbulla, ma segna anche Dzeko. Il capitano si gira verso la panchina, solo in mezzo all’area: e libera una, due, tre volte il pugno verso il basso, un montante al contrario, per festeggiare il gol del più giovane compagno di squadra. Tre pugni come le reti che la Roma ha dovuto contabilizzare per riacchiappare una partita che sembrava sfuggirle di mano. A Dzeko vengono spesso rimproverate scarsa grinta, uno sguardo malinconico, un calcio autoreferenziale. A San Siro si è visto il contrario, anche nella veemenza della protesta contro lo sciagurato Giacomelli che aveva assegnato due rigori inesistenti. Tanto era visibile l’abbaglio nel caso del contrasto (?) in area romanista tra Calhanoglu e Mancini da fargli urlare in un italiano impeccabile: «Arbitro, ma che siamo venuti a fare?».

Una buona Roma a Milano

Sono andati a pareggiare. Veni, vidi, aequavi. Non ha completato il celebre tris di Cesare, Dzeko, ma l’ha adattato da buon generale all’occasione, secondo un principio di realpolitik. Pareggiare è un risultato importante contro il gigante Ibra e contro il Milan che veniva da una serie di 42 punti nelle precedenti 16 partite: ne aveva smarriti sulla strada appena 6, dopo il lockdown di marzo. E siccome anche la Roma di Fonseca, l’allenatore che non fanno mai scendere dall’altalena emotiva, è stata battuta solo da un errore burocratico nelle ultime 13 partite di campionato, ecco spiegata un’esultanza così focosa. E’ stato quasi vincere, sentirsi forti.

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Dzeko e il trasferimento mancato alla Juve

Anche e soprattutto per Dzeko. Che ha impiegato qualche giorno a metabolizzare la delusione per il trasferimento mancato alla Juve. Ma che poi, confrontandosi con gli amici dello spogliatoio (Pellegrini e Mirante soprattutto), ha compreso che in fondo la Roma non gli stava stretta. Anzi era la comfort zone, la squadra capace di pendere dalle sue labbra, il gruppo dal quale elevarsi di tanto in tanto per rimarcare la differenza.

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