Il tempo che serve a Mourinho

Il tempo che serve a Mourinho© AS Roma via Getty Images
4 min
Francesco de Core

Premessa: José Mourinho non ha bisogno di essere difeso da nessuno, sa farlo benissimo da solo nelle occasioni che lo richiedono. Il personaggio può essere simpatico o antipatico, divisivo finché si vuole - ha sempre tracciato una netta linea di demarcazione tra amici e nemici, e non da oggi - ma è utile, ancorché doveroso, separare quanto appare (il personaggio, appunto), da ciò che è. Ovvero uno dei tecnici più vincenti della storia. I trofei stanno lì - dal Porto allo United, passando per il Chelsea e l’Inter - e nessuno può derubricarne il peso specifico. Dunque fanno sorridere certe boriose sentenze di ex calciatori, opinionisti di ogni risma, improvvisati esternatori, anche di tifosi in comprensibile crisi di astinenza da successo, che hanno già etichettato lo Special One come una figura marginale tra il patetico e il bollito che si aggira ossessivamente ai bordi dell’Olimpico. Magari sono gli stessi che non hanno mai avuto in simpatia (eufemismo) il personaggio e ora gettano tronfi la croce sull’allenatore, altro non aspettando appollaiati sui trespoli delle rive tiberine. Una canea montante di cui la Roma dei Friedkin naturalmente non sente il bisogno, essendo a oggi, il club, un cantiere aperto. Quando Mou, al suo arrivo a Roma, spiegò che l’arco triennale del contratto era il tempo necessario per una ricostruzione seria e permanente, non si prefabbricava un alibi ma semplicemente delineava una prospettiva che non fosse mero annuncio, fuffa o cartapesta. Sono passati quattro mesi appena dalle prime parole del portoghese e, nell’ansia precoce da giorno del giudizio, si è inevitabilmente giunti alla definizione della scala Richter dell’impatto di Mou, come fosse un terremoto distruttivo.

Arbitraggi a parte, nei chiaroscuri di questo avvio ci sono sia il quarto posto (che garantirebbe il ritorno in Champions) che il solo punto ottenuto negli scontri diretti con Lazio, Juve, Napoli e Milan, retaggio di una scimmia che per adesso nemmeno il portoghese ha tolto di dosso alla Roma; ci sono sia la crescita esponenziale del nucleo italiano - Pellegrini Cristante Mancini, aspettando il rientro di Spinazzola, assenza che quasi nessuno, a torto, calcola - che il modesto effetto dei nuovi acquisti, Abraham sugli altri, a cui però almeno si deve l’attenuante dell’adattamento, garantita ovunque a tutti. Certi limiti della rosa erano e sono evidenti, non solo a Mourinho (vogliamo mettere a confronto la qualità degli esterni della Roma con quella degli omologhi di Pioli?). Dicono: José ha azzerato un patrimonio, ha annichilito alcuni giocatori per chiederne altri, più affidabili, in sede di mercato. Ma quando si producono scelte, pur dolorose e apparentemente non comprensibili, altro non si può fare che fidarsi di chi le compie. Fidarsi non vuol dire non esercitare un legittimo diritto di critica, ma rimettere al centro di ogni discorso la competenza. La delegittimazione delle professionalità è un mantra che ha travolto, via social (e via media), interi settori strategici della nostra società, dal sapere in giù. Il pallone, arena che già consuma infinite e fumose chiacchiere, non poteva rivelarsi una luminosa eccezione.

E poi c’è il caso Roma. A futura memoria andrebbero citati a mo’ di cantilena i nomi degli allenatori post-scudetto, quelli che dopo Capello hanno vissuto le montagne russe di Trigoria: tra gli altri, Spalletti Ranieri Luis Enrique Garcia Fonseca. Per la cronaca, pur variamente qui scaricati con sufficienza, hanno vinto dappertutto. Sarà un caso? 

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