Rama esclusivo: "Tirana una piccola Roma, il Feyenoord è fuori casa"

Il premier albanese: "Il club olandese giocherà in trasferta, qui tutti tiferanno per i giallorossi. Mourinho mi affascina: quando era all’Inter per un po’ mi fece tradire la Juve"
Rama esclusivo: "Tirana una piccola Roma, il Feyenoord è fuori casa"
5 min
Roberto Maida

ROMA - Una festa albanese, una festa italiana. Da mesi Tirana si sta preparando per la finale di Conference. E mercoledì, nel giorno della partita, chiuderà tutti gli uffici pubblici per facilitare l’organizzazione e la gestione dell’evento. Il Primo Ministro, Edi Rama, è emozionatissimo. La settimana scorsa sul profilo Instagram ha pubblicato la foto di una sciarpa della Roma attaccata su una ringhiera dello stadio, tanto per capire che il suo popolo ha scelto da che parte stare. «Ho un’anima italiana - racconta - mia nonna aveva sangue veneziano. E grazie a lei ho imparato la vostra lingua. Per me gli italiani sono albanesi vestiti da Versace. Siamo davvero simili per cultura e mentalità». E’ un personaggio molto particolare, Rama. Ex cestista, pittore, giornalista, filantropo, dal 2013 capo di un governo che ha cambiato completamente la faccia dell’Albania. Lo abbiamo contattato per ascoltarne da vicino le sensazioni.

Presidente, questa finale è una grande occasione per l’Albania. 
«E’ vero. Sul piano dell’immagine è un evento sensazionale. Ma per noi è anche un motivo d’orgoglio ospitare questa finale. Fino a pochi anni fa la nostra Nazionale non poteva giocare a Tirana perché aveva uno stadio vecchio e non adatto agli standard internazionali. Adesso invece la capitale ospita per la prima volta una finale europea». 
 
Che atmosfera si respira a pochi giorni dalla partita? 
«Incredibile. E sarà sempre più calda da qui a mercoledì. Saremo all’altezza». 
 
Ci sono timori per la sicurezza, con tanti tifosi italiani e olandesi in arrivo senza biglietto. 
«Ci siamo organizzati. Chi non potrà entrare allo stadio potrà assistere alla partita nelle due fan zone riservate ai nostri ospiti. Ho chiesto assistenza alla polizia di Roma e Rotterdam, tutti si stanno impegnando per fornire un supporto». 
 
Tirana, anche nel suo mandato da sindaco, si è evoluta molto nelle ultime decadi. 
«Stiamo vivendo un periodo di grande sviluppo, dopo il grigiore tremendo dell’epoca comunista e il successivo caos urbano. Tutti quelli che vengono a trovarci restano sorpresi e vogliono tornare in Albania». 
 
E’ vero che lei tifa Juventus? 
«Sì, sin da bambino. Ma adesso che la Roma è allenata da Mourinho, per me diventa complicato scegliere. Rimasi affascinato da lui quando era all’Inter, tanto che in quel periodo mi fece un po’ tradire la Juve... Diciamo che sono uno juventino mourinhano. La verità è che io non sono un esperto di calcio. Mi interessano più gli allenatori: da loro posso imparare il carisma, la leadership, la capacità di gestire un gruppo».

Allora mercoledì vince la Roma. 
«Credo che il Feyenoord abbia meno possibilità di prendersi la coppa, diciamo così... Gli olandesi giocheranno fuori casa, perché Tirana è una piccola Roma. Tutti gli albanesi tiferanno per la Roma».

E magari per Marash Kumbulla, che è un nazionale albanese. 
«Non lo conosco personalmente ma qui tutti ne parlano bene. E non è una cosa banale in Albania mettere tutti d’accordo. Marash è una nostra bandiera ed è un giocatore forte. E’ stato molto bravo a far cambiare idea a José, guadagnandosi spazio piano piano».

Alla “sua” Juve cosa consiglierebbe per tornare grande? 
«Se potessi dare un consiglio diventerei membro dell’associazione popolare allenatori che avete in Italia... Ma a me sembrava anomalo quello che succedeva prima, cioè che la Juve vincesse sempre».

Allegri? 
«Un grande. Ma altrettanto grande è stata la scommessa di riportarlo alla Juve. I remake sono sempre complicati».

Del suo passato nel basket cosa ricorda? 
«Ero un ragazzo longilineo. Giocavo come pivot anche se sono alto 1.98 perché da noi non esistevano giganti: eravamo considerati i cinesi d’Europa (ride, ndr). Sono arrivato anche in Nazionale a vent’anni ma ho smesso presto, perché soffrivo d’asma: non era il massimo correre. Però l’esperienza mi è servita, perché mi ha insegnato l’importanza del gioco di squadra».

Da lì nasce la sua passione per la pittura. Il suo ufficio è pieno di quadri e disegni. 
«Lasciando lo sport ho scoperto che mi piaceva dipingere. Dal 1991, quando è caduto il regime comunista, ho cominciato a girare il mondo».

Il Mourinho dell’arte chi è? 
«Paolo Uccello. Per me è il dio della pittura. Il più moderno di tutti i moderni».

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