Roma, nell'aria qualcosa di sacro

Roma, nell'aria qualcosa di sacro© Getty Images
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Alessandro Barbano

La leggenda ha i brufoli in mezzo al ghigno indisponente di un adolescente di genio, la cui zampata è la prova che nel calcio si può guadagnare il Paradiso con un magnifico dispetto. La leggenda è la treccia nera e intorcinata di un fante inglese, che disegna con le sue evoluzioni tutte le posizioni possibili del corpo a corpo nell’area di rigore. La leggenda è l’enigma indecifrabile sul volto di un condottiero ispirato, che guida la sua truppa raccogliticcia a una resistenza indomita. Zaniolo, Smalling e Mourinho raccontano il miracolo di una gioia indicibile che, nella notte dolce, chiara e senza vento di Tirana, cade come una pioggerellina divina sul popolo giallorosso.
La Roma scrive una delle pagine più importanti della sua storia sportiva e s’intesta la rappresentanza del calcio italiano. Non solo perché è la prima squadra a vincere un titolo europeo dal lontano 2010, ma perché conquista la Conference League con un carattere straordinario che il calcio di club sembra aver dimenticato. Questo è indubitabilmente il merito di José Mourinho, il più grande motivatore che si conosca. La sua carica s’imprime come un marchio su tutte le posture atletiche di una partita combattutissima, nella quale la Roma, pur senza dominare, e senza brillare, arriva sempre per prima nei confronti di gioco decisivi, con una capacità di recupero sull’ultimo metro che non si spiega con la condizione atletica, ma solo con la febbre di vittoria con cui il tecnico portoghese ha contagiato il gruppo.
Il quinto titolo europeo della sua carriera è quello che vale di più. Perché, al netto del numero di Zaniolo che lo propizia, non è opera di top player, ma di onesti comprimari e giovani talenti a cui lo Special, alzando di giorno in giorno l’asticella della qualità, consegna un copione da fuoriclasse. E l’esecuzione dei suoi ragazzi ha l’armonia di un’orchestra, nella quale ciascuno fa più di ciò che sa e crede di saper fare. Guardate il ventenne Zalewski avventurarsi sicuro in percussione tra un nugolo di olandesi, e spuntarla nove volte su dieci. Guardate il crescendo di convinzione e sicurezza di Ibanez, un tempo abbonato alle distrazioni e oggi a suo agio nella parte assegnatagli, e sintonizzato con i compagni. Guardate Cristante, Oliveira e Pellegrini assumere, e con quanta autorevolezza, la responsabilità di decidere quando affondare, quando arretrare e quando aspettare. Dietro questa sincronia c’è un pensiero comune. E dietro questo pensiero comune c’è un pensatore originale.
La Roma che trionfa a Tirana è un esempio di quanto il calcio sia, allo stesso tempo, un manufatto artigianale e un prodotto di altissima raffinatezza. Dove i piedi e la testa contano allo stesso modo e, soprattutto, sono obbligati a connettersi con il cuore. Il pedagogo cristiano alla guida della pattuglia giallorossa è, prima ancora che un tecnico tradizionale, un pastore di anime, uno psicologo, un leader naturale, animato da quel pizzico di follia che guida da sempre le decisioni degli uomini soli davanti al loro destino. La superba solitudine di Mourinho, nella notte di Tirana, è la prova che c’è nella finitezza di ciascuno qualcosa di sacro. 

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